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Gemini 4 Carbon, il nuovo modello AI di Google: “Il più sicuro per la cyber”. Cosa significa?
A sole due settimane da Argon, Google lancia Gemini 4 Carbon, “il modello più potente in assoluto”, che adesso dovrà superare i test di sicurezza e le valutazioni del Governo Usa. “ Il modello più potente del momento in assoluto “, così i benchmark hanno definito Gemini 4 Carbon, il nuovo modello AI di Google e “ il più sicuro per la cyber ”, a sole due settimane da Argon . Dopo aver atteso i rivali, l’azienda adesso si prepara ad ulteriori lanci. Su tutti, Carbon si colloca al primo posto nella versione 5.0, recentemente aggiornata, dell’Artificial Analysis Intelligence Index con un punteggio di 59. Artificial Analysis Intelligence Index Credits Al netto delle sue risposte, Gemini 4 Carbon non è comunque ancora disponibile sul mercato, visto che dovrà sostenere importanti test di cybersicurezza e ottenere la validazione da parte del Governo Usa. Secondo la stessa multinazionale con base a Mountain View, il modello introduce miglioramenti significativi anche nella programmazione, nei flussi di lavoro autonomi e nei meccanismi di sicurezza. Prestazioni in crescita e programmazione più avanzata Il sistema è progettato per affrontare attività ingegneristiche complesse e di lunga durata, mantenendo la continuità operativa anche di fronte a ostacoli e tentativi falliti. Da quanto è emerso nei test interni, Carbon è riuscito a lavorare per giorni su problemi articolati. Tra questi, “ l’individuazione delle cause di bug difficili da identificare e la loro correzione all’interno di grandi basi di codice e sistemi a basso livello “. I miglioramenti riguardano anche lo sviluppo web full-stack , le attività scientifiche, il ragionamento e la comprensione multimodale. Nel benchmark WebDev Arena , Carbon ha guadagnato 89 punti Elo, raggiungendo il quarto posto con un punteggio pari a 1.768. Google Credits Risultati di primo piano nei benchmark anche sulla cybersicurezza Uno degli aspetti più rilevanti di Carbon , sottolinea Google è il potenziamento delle capacità di difesa informatica . Il modello mostra prestazioni elevate lungo l’intero ciclo della sicurezza del software . Dall’individuazione delle vulnerabilità, alla verifica della loro effettiva sfruttabilità fino alla correzione delle cause alla radice. I risultati dichiarati nei benchmark esterni , valutati senza l’applicazione delle protezioni di sicurezza del modello, comprendono: SEC-bench Pro: 88,2%. Carbon individua autonomamente vulnerabilità complesse presenti in software reali. ExploitGym: 54,8%. Il modello verifica la possibilità di sfruttare le vulnerabilità, aiutando a distinguere i rischi effettivi da quelli teorici. CWE-bench: 71,0%. Carbon genera correzioni software funzionanti per risolvere le cause delle vulnerabilità individuate. Queste capacità possono contribuire a rendere più efficiente il lavoro dei gruppi di lavoro di sicurezza , consentendo di individuare i problemi, valutarne la gravità e intervenire con maggiore precisione. Meccanismi di allineamento e controllo del comportamento del modello più forti Parallelamente al miglioramento delle capacità tecniche, Google ha affermato di aver rafforzato i meccanismi di allineamento e controllo del comportamento del modello. Tra i risultati dichiarati figurano: Meno tentativi di aggirare i test. Su Terminal-Bench 4.0, i casi di cheating riuscito sono scesi allo 0%, mentre i tentativi sono diminuiti allo 0,4%, senza compromettere l’accuratezza complessiva. Riduzione dei segnali di disallineamento. Negli ambienti di programmazione utilizzati dai team interni, gli avvisi di disallineamento ad alta gravità sono diminuiti di quasi l’80%. Maggiore trasparenza. I test interni indicano una riduzione di circa due volte delle affermazioni non supportate da prove rispetto ad Argon. Il modello tende a esplicitare i limiti metodologici e le informazioni mancanti, anziché presentare come certe conclusioni non verificate. Migliore gestione dell’ambiguità. In presenza di informazioni incomplete o contraddittorie, Carbon cerca le fonti pertinenti e segnala le discrepanze prima di procedere. Maggiore rispetto dei vincoli. L’azienda dichiara una riduzione del 26% dei comportamenti che eccedono l’ambito autorizzato e del 29% dei casi in cui il modello svolge meno attività di quelle richieste. Resistenza agli attacchi di prompt injection. Nel benchmark Gray Swan dedicato agli attacchi indiretti, il tasso di successo degli attacchi valutati è sceso dallo 0,7% di Argon allo 0% di Carbon. Il modello mantiene inoltre un’architettura di sicurezza multilivello . La quale, combina addestramento specifico, difese contro gli usi impropri in tempo reale, resistenza alla prompt injection e monitoraggio del ragionamento. Prezzi e disponibilità Google prevede di lanciare Gemini 4 Carbon allo stesso prezzo introduttivo di Argon: Token di input , 2 dollari per milione. Token di output , 10 dollari per milione. Token di input memorizzati nella cache , con sconto del 95% rispetto al prezzo standard degli input. Nonostante i risultati dichiarati, Google ha scelto un approccio prudente al rilascio. A partire dalla settimana dell’annuncio, Carbon sarà reso disponibile a un gruppo selezionato di professionisti della difesa informatica. L’accesso verrà poi esteso progressivamente ad altri partner considerati affidabili attraverso il programma Fairwind . Ci saranno poi i test del Governo Usa. L’obiettivo è raccogliere riscontri reali e perfezionare le misure di protezione prima di rendere il sistema disponibile a sviluppatori, imprese e consumatori attraverso i prodotti della società. “ L’accesso sarà inizialmente limitato ai difensori informatici selezionati, per poi estendersi gradualmente ad altri soggetti e, successivamente, agli utenti dei prodotti aziendali “, ha specificato la stessa Google . Seguici anche sul nostro canale WhatsApp Vai al sito di Cybersecurity Italia. L'articolo Gemini 4 Carbon, il nuovo modello AI di Google: “Il più sicuro per la cyber”. Cosa significa? sembra essere il primo su CyberSecurity Italia .
cybersecitalia.itOct 30, 2026extracted
Cyber Generation: ACN e ITS Academy insieme per formare i professionisti della cybersicurezza
A Roma la cerimonia di consegna delle borse di studio ACN per il biennio 2024-2026. Assegnate 113 borse da 4mila euro, in arrivo il nuovo bando. Investire sui giovani talenti, sviluppare le competenze necessarie a proteggere il Paese dalle minacce digitali e rafforzare il collegamento tra formazione e mondo del lavoro. Sono gli obiettivi di Cyber Generation , l’iniziativa promossa dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN) nell’ambito del mese europeo della cybersicurezza, svoltasi oggi a Roma presso l’Auditorium Seraphicum con la cerimonia di consegna delle borse di studio ACN per il biennio 2024-2026. Nel corso dell’evento sono state assegnate 113 borse di studio del valore di 4mila euro ciascuna , nell’ambito del protocollo d’intesa sottoscritto nel dicembre 2024 tra ACN e Rete ITS Italy per sostenere i percorsi di alta specializzazione tecnica post-diploma e favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. In corso di ultimazione e di prossima pubblicazione il nuovo bando per un valore complessivo di circa 500mila euro.  L’iniziativa si inserisce nel quadro della Strategia nazionale di cybersicurezza 2022-2026 che individua lo sviluppo delle competenze come uno dei pilastri della resilienza del Paese. La giornata ha rappresentato un’occasione di confronto sul ruolo della formazione tecnica superiore nello sviluppo delle competenze digitali e sulla necessità di rispondere alla crescente domanda di professionisti qualificati, in grado di contribuire alla protezione di infrastrutture, servizi e dati. Andrea Quacivi (DG , ACN ): “ Il mese europeo della cybersicurezza dura trenta giorni, ma la consapevolezza digitale deve durare tutto l’anno “ Alla tavola rotonda d’apertura hanno partecipato Andrea Quacivi, Direttore generale dell’ACN e con lui Guido Torrielli, presidente della Rete ITS Academy, Nunzia Ciardi, Vicedirettore generale dell’ACN e Alfredo Mantovano, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri e Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica. “ Le 113 borse di studio assegnate oggi rappresentano un investimento del Paese sui giovani e sulle competenze necessarie ad affrontare le sfide della cybersicurezza. Gli ITS Academy sono una risposta concreta al fabbisogno di tecnici qualificati: ACN ha scelto di sostenere questi percorsi e a breve pubblicheremo il nuovo bando. Le ragazze e i ragazzi sono protagonisti di questa sfida come futuri professionisti e, innanzitutto, come cittadini responsabili e consapevoli, capaci di promuovere comportamenti sicuri nelle proprie famiglie e contribuire così alla protezione dell’intero Paese. Il mese europeo della cybersicurezza dura trenta giorni, ma la consapevolezza digitale deve durare tutto l’anno ” ha dichiarato Andrea Quacivi, direttore generale dell’ACN . “ Non dobbiamo dimenticare che dietro ogni sistema, ogni rete, ogni nodo, c’è una persona ” ha sottolineato Nunzia Ciardi , vicedirettore generale dell’Agenzia . “ In questa sfida abbiamo bisogno della vostra energia e anche della vostra impazienza. Ma soprattutto della vostra competenza. In una logica virtuosa: per voi sarà possibile ambire a professioni soddisfacenti, per il nostro paese rappresenterete una risorsa indispensabile per difendere la trama digitale delle vite di tutti noi ”. Alfredo Mantovano (Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica): “ Queste borse di studio non sono la chiave di volta per rompere questi paradossi, ma sono il segnale dell’attenzione dell’intero Governo ” Il Sottosegretario Alfredo Mantovano , Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica , ha sottolineato il valore strategico dell’investimento nella formazione tecnica e il ruolo degli ITS Academy nel rispondere alle esigenze del sistema produttivo. “ L’Italia ha una tradizione che tiene insieme grande competenza tecnica e grande profondità umanistica, eppure per decenni l’istituto tecnico è stato considerato una sorta di area residuale e non una realtà di formazione con una propria specificità. Allo stesso tempo, le nostre imprese, che hanno sempre dimostrato capacità di innovazione, faticano a trovare i profili adeguati e troppo spesso i più giovani sono costretti a cercare sbocchi lavorativi fuori dai confini nazionali ”. “ Queste borse di studio non sono la chiave di volta per rompere questi paradossi, ma sono il segnale dell’attenzione dell’intero Governo – ha sottolineato il Sottosegretario Mantovano – nei confronti degli ITS e dei giovani che meritano. Le minacce cyber colpiscono ormai la nostra vita quotidiana e richiedono professionalità adeguate, non soltanto per le aziende, ma anche e soprattutto per le istituzioni pubbliche. Ai ragazzi premiati dico che sacrificio e merito non sono parole desuete, ma possono trovare risposte tangibili ” ha concluso Mantovano. La dimostrazione robotica Nel corso della mattinata si è svolta una dimostrazione robotica a cura dell’Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT), con il professor Domenico Daniele Bloisi, e gli interventi di Euclide Della Vista, coordinatore nazionale ITS Academy – Filiera ICT, padre Paolo Benanti, professore della LUISS Guido Carli, ed Ettore Acerra, direttore generale per l’Istruzione tecnica e professionale del Ministero dell’Istruzione e del Merito. La collaborazione tra ACN e ITS Academy conferma il valore della sinergia tra istituzioni, formazione terziaria professionalizzante e sistema produttivo. Attraverso percorsi tecnologici avanzati, attività laboratoriali e tirocini, gli ITS Academy contribuiscono a trasformare la preparazione teorica in competenze spendibili nel mondo del lavoro, sostenendo il talento dei giovani e rispondendo al fabbisogno di tecnici della cybersicurezza. Seguici anche sul nostro canale WhatsApp Vai al sito di Cybersecurity Italia. 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cybersecitalia.itOct 29, 2026extracted
DHS, cyberattacco al Dipartimento per la Sicurezza Interna Usa: online i dati di oltre 40mila dipendenti (compresa l’ICE)
Nomi, ruoli, email di lavoro, numeri di cellulare e sedi di oltre 40mila dipendenti del Department of Homeland Security sono stati pubblicati online dopo una violazione informatica avvenuta nei mesi scorsi. Tra i record figurano agenti di frontiera e dell’immigrazione, personale della cybersecurity e alti funzionari. L’hacker sostiene di aver ottenuto i dati da un sistema di autenticazione Okta utilizzato dal Dipartimento. I dati personali di oltre 40mila dipendenti del Department of Homeland Security (DHS) , il Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti, sono stati pubblicati online dopo un attacco informatico avvenuto all’inizio dell’anno e finora non reso pubblico. Lo riporta TechCrunch , che afferma di aver verificato una parte del materiale confrontando i nomi presenti nel database con quelli di dipendenti noti del Dipartimento. Tra le informazioni esposte figurano nomi, qualifiche professionali, indirizzi email di lavoro, numeri di cellulare e sedi degli uffici. I dati coinvolgono personale impegnato nei controlli alle frontiere e nell’immigrazione, addetti alla cybersecurity e funzionari di alto livello. Oltre 21mila record riguardano la Customs and Border Protection Più della metà dei dati, circa 21mila record, riguarda dipendenti della U.S. Customs and Border Protection (CBP), l’agenzia responsabile tra l’altro dei controlli negli aeroporti e negli altri punti di ingresso negli Stati Uniti. Altri 10mila record sono associati a dipendenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) e della sua unità Homeland Security Investigations (HSI). Poco meno di mille appartengono invece a personale della Cybersecurity and Infrastructure Security Agency (CISA), l’agenzia federale statunitense per la difesa informatica. Migliaia di altri record riguardano dipendenti della sede centrale del DHS e di altre strutture, tra cui U.S. Citizenship and Immigration Services e Federal Protective Service. Il DHS conta complessivamente circa 220mila dipendenti: i dati pubblicati corrisponderebbero quindi a circa un quinto della sua forza lavoro. Il criminal hacker “Department of Peace “: dati ottenuti da un sistema Okta A rivendicare l’operazione è un hacker che utilizza lo pseudonimo “Department of Peace”. Secondo quanto dichiarato dall’autore dell’attacco, le informazioni sarebbero state ottenute da un sistema Okta di Single Sign-On utilizzato dal DHS per consentire a dipendenti e collaboratori delle diverse agenzie di accedere alla rete centrale. Il sistema conterrebbe anche informazioni IT associate agli account degli utenti, comprese indicazioni sui sistemi e sulle applicazioni interne a cui ciascun dipendente è autorizzato ad accedere. “Ogni record di directory sembrerebbe essere stato sottratto intorno alla metà di agosto”, scrive TechCrunch sulla base dei timestamp presenti nei dati. Non è ancora chiaro quale vulnerabilità sia stata sfruttata né se il problema che ha consentito l’accesso sia stato risolto. Il DHS ha confermato di essere a conoscenza di una possibile violazione. “Stiamo lavorando attivamente per affrontare la situazione in modo rapido ed efficace”, ha dichiarato un portavoce a TechCrunch, aggiungendo che il Dipartimento considera seriamente tutte le minacce alla sicurezza dei propri dipendenti. Okta, dal canto suo, ha dichiarato di non avere evidenze di una compromissione dei propri sistemi o dei propri dati. Dai dati emergono anche gli strumenti accessibili ai dipendenti Il database non contiene soltanto informazioni identificative. I record mostrerebbero anche l’appartenenza dei dipendenti a diversi gruppi utente dell’Active Directory del Dipartimento, utilizzata per gestire l’accesso a strumenti interni, servizi e prodotti forniti da terze parti. Gran parte dei dipendenti presenti nel dataset risultava associata, per esempio, a gruppi con accesso a Microsoft 365 , oltre che ad Adobe Acrobat, Citrix e altri software utilizzati normalmente negli ambienti di lavoro. Circa 4.500 utenti, compresi agenti ICE e funzionari impegnati nelle deportazioni, figurano inoltre in un gruppo denominato “Headspace_users”. Headspace aveva avuto in passato un contratto federale da 82.500 dollari con ICE per fornire software dedicato alla salute mentale al personale dell’unità Enforcement and Removal Operations. Il contratto si è concluso nel 2023 e la società ha precisato di non fornire più servizi al DHS o a ICE da quell’anno. Penlink, Mobile Fortify e gli altri strumenti Nel database compaiono anche diversi gruppi collegati a Penlink, società che sviluppa tecnologie di sorveglianza e localizzazione. Secondo TechCrunch, alcuni di questi gruppi includono poche persone negli uffici locali, mentre altri arrivano a comprendere più di 2mila utenti della divisione HSI di ICE. Uno dei gruppi fa riferimento specificamente a Penlink PLX, strumento che, secondo la società, può essere utilizzato per acquisire e analizzare informazioni in tempo reale provenienti da telefonate, messaggi, attività web e social media. Un altro gruppo comprende più di 200 utenti della CBP associati a Mobile Fortify, un’applicazione di riconoscimento facciale utilizzata da CBP e ICE per identificare persone e verificarne informazioni e status migratorio. Nel dataset compaiono inoltre gruppi associati all’accesso a ChatGPT, comprendenti anche funzionari senior del DHS, e altri collegati alle indagini sui gruppi di hacker sostenuti dalla Cina conosciuti come Salt Typhoon e Volt Typhoon. Il valore dei dati per le richieste di accesso agli atti Secondo organizzazioni e ricercatori citati da TechCrunch, il database potrebbe essere utilizzato anche per individuare funzionari e indirizzi utili nelle richieste di accesso ai documenti pubblici attraverso il Freedom of Information Act. Ryan Shapiro , direttore esecutivo dell’organizzazione Property of the People, ha sottolineato che indirizzi email e numeri di telefono possono essere strumenti importanti per rendere più precise le richieste FOIA. Resta ora da chiarire come sia avvenuto esattamente l’accesso ai sistemi del DHS, quale sia stata l’effettiva portata della compromissione e se gli aggressori abbiano ottenuto altre informazioni oltre a quelle già rese pubbliche. Vai al sito di Cybersecurity Italia. L'articolo DHS, cyberattacco al Dipartimento per la Sicurezza Interna Usa: online i dati di oltre 40mila dipendenti (compresa l’ICE) sembra essere il primo su CyberSecurity Italia .
cybersecitalia.itOct 29, 2026extracted
Phishing PagoPA, il CERT-AGID: “Attenzione alle campagne fraudolente su finte multe”. Come difendersi
Sfruttando delle caselle PEC compromesse, nell’ultima settimana sono aumentate le comunicazioni per distribuire false richieste di pagamento a nome di PagoPA. Nell’ultima settimana il CERT-AGID ha osservato varie campagne di phishing che utilizzano caselle PEC compromesse per distribuire false richieste di pagamento a nome di PagoPA . In particolare s’inviano richieste di denaro a fronte di false multe. Il CERT-AGID ha analizzato alcuni casi. In questo senso ha evidenziato che “ i collegamenti presenti nei messaggi conducevano a pagine fraudolente ospitate su infrastrutture riconducibili a un provider di hosting russo “. CERT-AGID Credits La comunicazione si presenta come un provvedimento amministrativo relativo a una presunta violazione del Codice della Strada. L’inganno è molto pericoloso perché il testo impiega un linguaggio particolarmente formale, con numerosi riferimenti normativi. La sua richiesta è quella “ del pagamento di 198 euro entro una scadenza ravvicinata , minacciando un aumento dell’importo a 268 euro in caso di ritardo “. Il messaggio presenta un pulsante denominato “ Accesso al portale istituzionale ” che conduce a un sito fraudolento, ospitato su un dominio con estensione .ru , che riproduce loghi e grafica di PagoPA. La struttura della truffa Il sito, spiega il CERT-AGID , invita la vittima a inserire i propri dati personali, tra cui nome, cognome, codice fiscale, data di nascita, indirizzo email e numero di telefono, per procedere al pagamento della presunta sanzione. Da ulteriori analisi sono emersi elementi di particolare interessante. Tra questi, “ la presenza di un sistema che consente agli attaccanti di controllare da remoto il percorso di navigazione della vittima “. La pagina comunica con un pannello di gestione sul server ogni mezzo secondo, verificando la presenza di istruzioni per indirizzare l’utente verso ulteriori schermate. Tra queste figurano pagine potenzialmente dedicate alla raccolta dei dati delle carte di pagamento e dei codici di verifica bancaria. Si tratta di un meccanismo che potrebbe consentire ai criminali di guidare la vittima attraverso le diverse fasi della frode , adattando le richieste alle informazioni necessarie per completarla. Come cautelarsi Il problema è noto . Dal 21 aprile 2025 a oggi, il CERT-AGID ha censito 1.874 campagne di phishing, a tema multe, che sfruttano i nomi di PagoPA e SEND, individuando e distribuendo alle PA accreditate al Flusso IoC del CERT-AGID 14.279 indicatori di compromissione (IoC). L’utilizzo di caselle PEC compromesse rappresenta un elemento di attenzione, poiché aumenta il livello di attendibilità delle comunicazioni. Il CERT-AGID ricorda perciò: “ La provenienza di un messaggio da una casella PEC non garantisce la legittimità del contenuto “. Raccomanda poi di verificare eventuali richieste di pagamento direttamente attraverso i canali ufficiali degli enti interessati, senza utilizzare i collegamenti presenti nelle comunicazioni sospette. Il comparto ha inoltre avviato le attività di contrasto con il supporto dei Gestori PEC. Gli Indicatori di Compromissione relativi alla campagna sono stati condivisi attraverso il Feed IoC del CERT-AGID con le strutture accreditate, al fine di consentire l’individuazione e il blocco tempestivo delle infrastrutture e degli artefatti coinvolti. La raccomandazione è di prestare attenzione alle PEC inattese che fanno riferimento a fatture, pagamenti o solleciti , anche quando il mittente appare legittimo. Nel dubbio, “ le comunicazioni sospette possono essere inoltrate al CERT-AGID per le opportune verifiche “. Seguici anche sul nostro canale WhatsApp Vai al sito di Cybersecurity Italia. L'articolo Phishing PagoPA, il CERT-AGID: “Attenzione alle campagne fraudolente su finte multe”. Come difendersi sembra essere il primo su CyberSecurity Italia .
cybersecitalia.itOct 29, 2026extracted
Belgio, cyberattacco contro il Servizio Pubblico Federale delle Finanze. Le autorità: “Nessuna evidenza di data breach”
Sono in corso indagini, con annessa sospensione temporanea di alcuni servizi ma al momento non sono stati registrati furti di informazioni sensibili. Un cyberattacco , confermato ieri, contro il Servizio Pubblico Federale delle Finanze del Belgio (ente responsabile della riscossione dei tributi) ha portato alla sospensione temporanea del portale fiscale online del Paese e di diversi altri servizi. “ Non vi sono indicazioni di una violazione dei dati né del furto di informazioni “, hanno spiegato le autorità di Bruxelles . Sono comunque in corso indagini approfondite. Tuttavia, i disservizi dovuti all’operazione illecita – soprattutto con la sospensione di MyMinfin – stanno rallentando gli utenti che per questo dovranno rimandare diverse loro attività. Lavori per ripristinare al completo i servizi L’ ente ha ribadito la necessità di indagini approfondite, fermo restando la mancanza di danni evidenti. Almeno nelle prime ore del monitoraggio. Il Servizio Pubblico Federale delle Finanze ha inoltre assicurato che, per le dichiarazioni fiscali interessate dall’ interruzione , sarà concesso un termine adeguato per l’adempimento. E ha aggiunto: “ La comunicazione della nuova scadenza avverrà il prima possibile “. Nel frattempo, “ gran parte delle altre applicazioni resta accessibile, con funzionalità complete o parziali, mentre proseguono le attività per ripristinare i servizi sospesi nel più breve tempo possibile “. Incidenti cyber in aumento nel 2025 L’episodio non sarebbe comunque isolato. Nel 2025 il Belgio ha registrato un’ intensificazione delle minacce informatiche e non soltanto con attacchi ai siti delle istituzioni pubbliche. Ci sono infatti stati anche diversi episodi di ransomware , compromissioni di account e campagne di phishing . Secondo il Centro per la cybersicurezza belga (CCB), nel corso dell’anno sono state ricevute 635 segnalazioni di incidenti, quasi il 70% in più rispetto al 2024. Di queste, 556 erano riconducibili a eventi informatici , con un aumento di circa il 58%. In molti casi, tra le conseguenze più immediate, si è reso necessario rendere temporaneamente inaccessibili i portali online . E non di rado questi incidenti informatici sono riusciti a compromettere la continuità dei servizi . Anche su questo aspetto si interverrà per migliorare i livelli nazionali di cybersicurezza. Seguici anche sul nostro canale WhatsApp Vai al sito di Cybersecurity Italia. L'articolo Belgio, cyberattacco contro il Servizio Pubblico Federale delle Finanze. Le autorità: “Nessuna evidenza di data breach” sembra essere il primo su CyberSecurity Italia .
cybersecitalia.itOct 29, 2026extracted
NIS2, cambiano le procedure ACN per il 2027: nuove regole su registrazione e aggiornamento dell’elenco
Dal 25 ottobre 2026 è applicabile la Determinazione ACN n. 314287/2026, che sostituisce la precedente n. 127437/2026 e modifica alcune delle procedure previste per la registrazione e gli adempimenti dei soggetti NIS. Cambiano le regole per la registrazione e l’aggiornamento dei soggetti sottoposti alla disciplina NIS2 . Dal 25 ottobre 2026 è infatti applicabile la nuova Determinazione dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale n. 314287/2026, che sostituisce la precedente Determinazione n. 127437/2026 e introduce diverse novità in vista degli adempimenti previsti per il 2027. I soggetti già presenti nell’elenco NIS non dovranno effettuare ogni anno una nuova registrazione se le informazioni comunicate in precedenza all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale non hanno subito variazioni. In assenza di modifiche, l’iscrizione resterà valida anche per la nuova annualità e il soggetto manterrà la qualifica di essenziale o importante già attribuita. Una nuova registrazione sarà invece necessaria quando siano intervenuti cambiamenti nei dati precedentemente trasmessi all’ACN. In questo caso dovranno essere indicate le informazioni aggiornate. Nuove regole per fusioni e cessioni La Determinazione disciplina anche le operazioni societarie che possono incidere sull’assoggettamento alla normativa NIS. Sono previsti specifici obblighi di registrazione e comunicazione in caso di fusioni, comprese quelle per incorporazione, e di cessione di rami d’azienda relativi alle attività che hanno determinato l’inclusione del soggetto nel perimetro NIS. Cambia anche la modalità con cui devono essere comunicate le informazioni sulla dimensione dell’impresa. In fase di registrazione sarà normalmente sufficiente indicare la categoria dimensionale, senza dover inserire fatturato, totale di bilancio e numero dei dipendenti. Questi dati potranno però essere richiesti qualora la piattaforma rilevi incongruenze nelle informazioni trasmesse. Possibile chiedere la revisione dell’inquadramento La nuova Determinazione introduce inoltre la possibilità di chiedere una revisione dell’inquadramento NIS. L’istanza potrà essere presentata entro 60 giorni dalla comunicazione relativa all’aggiornamento dell’elenco, secondo quanto previsto dall’articolo 15 della Determinazione. Viene definito anche il periodo nel quale sarà possibile procedere all’elencazione e alla categorizzazione delle attività e dei servizi. Queste operazioni potranno essere effettuate esclusivamente tra il 1° maggio e il 30 giugno di ogni anno, salvo le eccezioni previste in presenza di documentate criticità tecnico-operative. La Determinazione interviene infine sulle modalità di autenticazione al Portale ACN e disciplina in modo più dettagliato i termini di registrazione per i soggetti individuati direttamente dall’Agenzia. Aggiornate anche le FAQ ACN L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale ha aggiornato anche le FAQ dedicate alla registrazione dei soggetti NIS, adeguandole alle nuove disposizioni. Per le imprese interessate diventa quindi necessario verificare le modifiche introdotte dalla Determinazione in vista degli adempimenti previsti per il 2027, con particolare attenzione alle variazioni dei dati già comunicati, alle operazioni societarie e alle tempistiche previste per l’aggiornamento delle attività e dei servizi. Vai al sito di Cybersecurity Italia. L'articolo NIS2, cambiano le procedure ACN per il 2027: nuove regole su registrazione e aggiornamento dell’elenco sembra essere il primo su CyberSecurity Italia .
cybersecitalia.itOct 29, 2026extracted
I Data Center costruiti nelle miniere. Trentino, Sardegna e Norvegia: il valore strategico del sottosuolo
Per oltre un secolo le miniere hanno rappresentato uno dei luoghi simbolo della potenza industriale, perché custodivano le materie prime indispensabili per alimentare fabbriche, ferrovie e infrastrutture energetiche. Oggi, mentre l’economia digitale trasforma la capacità di elaborazione dei dati in una risorsa strategica, quegli stessi spazi potrebbero tornare a produrre valore, non più attraverso l’estrazione di carbone o minerali, ma ospitando server, infrastrutture cloud e sistemi di calcolo destinati all’intelligenza artificiale. Il passaggio dall’economia estrattiva all’economia dei dati potrebbe diventare una delle forme più interessanti di riconversione industriale, soprattutto per un Paese come l’Italia, che possiede un patrimonio minerario importante e numerosi territori alla ricerca di nuove prospettive produttive. L’idea nasce da caratteristiche fisiche apparentemente semplici. Il sottosuolo presenta generalmente temperature più stabili rispetto alla superficie, offre una protezione naturale dagli agenti atmosferici e consente di collocare infrastrutture tecnologiche in ambienti meno esposti a intrusioni e danneggiamenti. Ma la trasformazione di una miniera in un data center non è soltanto una questione di temperatura. Un centro di elaborazione dati richiede alimentazione elettrica continua, collegamenti in fibra ottica ad alta capacità, sistemi antincendio, controllo dell’umidità, accessibilità e condizioni geologiche compatibili con un’attività che deve funzionare senza interruzioni. La differenza tra un’idea suggestiva e un investimento industriale credibile si misura proprio sulla capacità di soddisfare contemporaneamente tutti questi requisiti. E in Italia esistono già due casi che permettono di valutare concretamente questa prospettiva. La Sardegna prepara la riconversione più ambiziosa Il primo esempio arriva dalla Val di Non, dove nel giugno 2026 è stato inaugurato Intacture , il data center sviluppato da Trentino DataMine all’interno di una miniera di dolomia ancora attiva, nel comune di Predaia. L’infrastruttura si trova a circa cento metri di profondità e rappresenta, secondo la Provincia autonoma di Trento, il primo data center europeo realizzato in un sito estrattivo tuttora operativo. Il progetto ha richiesto un investimento superiore a 50 milioni di euro, con 18,4 milioni provenienti dal PNRR, e nasce da un partenariato pubblico-privato che coinvolge l’Università di Trento e imprese del territorio. L’infrastruttura ospita anche capacità di supercalcolo per l’intelligenza artificiale. Non si tratta quindi di un semplice esperimento dimostrativo, ma di un investimento completato e operativo. Il dato tecnico più significativo riguarda il raffreddamento Il dato tecnico più significativo riguarda il raffreddamento. La temperatura del sottosuolo, intorno ai 12 gradi secondo le informazioni diffuse durante lo sviluppo del progetto, contribuisce a contenere il fabbisogno energetico degli impianti. In fase progettuale era stato indicato un valore di Power Usage Effectiveness , o PUE, pari a circa 1,25, un indice che esprime il rapporto tra l’energia complessivamente utilizzata dalla struttura e quella effettivamente consumata dagli apparati informatici. Più il valore si avvicina a 1, maggiore è l’efficienza. Si tratta tuttavia di una stima progettuale, da distinguere dai risultati operativi misurati nel tempo. Il secondo caso, potenzialmente ancora più importante per dimensioni e ricadute industriali, riguarda la Sardegna. Nell’ex complesso carbonifero di Nuraxi Figus, nel Sulcis, la società Energy Vault sta sviluppando Digital Vault Sulcis , un progetto per trasformare l’area mineraria in un campus dedicato all’intelligenza artificiale, integrato con produzione rinnovabile e sistemi di accumulo energetico. Il 4 agosto 2026 il Consiglio dei ministri ha dichiarato il programma di preminente interesse strategico nazionale. L’investimento prospettato dalla stampa locale e dalla Rai è vicino a 1,5 miliardi di euro. Il piano industriale prevede una prima capacità informatica di circa 30 megawatt, espandibile progressivamente verso 50-60 megawatt IT, con una potenza complessiva del sito fino a circa 100 megawatt. Gli obiettivi commerciali La società indica attualmente il 2030 come obiettivo per l’avvio commerciale, subordinatamente alle autorizzazioni e alle successive fasi di sviluppo. Questo significa che il progetto è concreto sul piano industriale e istituzionale, ma non costituisce ancora un data center completato. C’è inoltre una distinzione fondamentale: nel caso sardo si parla della riconversione di un complesso minerario e dell’utilizzo delle sue infrastrutture, compresa la possibilità di sfruttare il sottosuolo per sistemi di accumulo gravitazionale dell’energia. L’aspetto più interessante di Digital Vault Sulci s potrebbe essere proprio l’integrazione tra energia e calcolo. Un grande data center per l’intelligenza artificiale ha bisogno di quantità enormi di elettricità e di una continuità di alimentazione particolarmente elevata. L’impiego di fonti rinnovabili, batterie e accumuli gravitazionali potrebbe ridurre alcuni costi e rischi operativi, anche se l’obiettivo di un funzionamento interamente decarbonizzato dovrà essere verificato attraverso dati effettivi su consumi, produzione e approvvigionamento energetico. La lezione europea? L’esperienza più significativa in Europa si trova in Norvegia, presso il Lefdal Mine Datacenter , realizzato in una miniera di olivina dismessa nel 2009 e trasformata in centro dati a partire dal 2017. Il complesso dispone di un sistema di gallerie su più livelli, con una superficie potenzialmente utilizzabile di circa 120.000 metri quadrati, e punta a una capacità espandibile fino a 200 megawatt. Lefdal dimostra quanto possa essere efficace la combinazione tra una grande struttura sotterranea, energia rinnovabile abbondante e sistemi di raffreddamento efficienti. L’impianto utilizza l’acqua fredda del vicino fiordo attraverso scambiatori di calore e circuiti separati, riducendo la necessità di sistemi tradizionali ad alto consumo energetico. Secondo l’operatore, la struttura offre un PUE garantito di circa 1,15. Ma il risultato norvegese non deriva semplicemente dal fatto che i server siano collocati sottoterra. Dipende dalla disponibilità di energia idroelettrica ed eolica, dalla vicinanza a una risorsa naturale utilizzabile per il raffreddamento e dalla possibilità di espandere gradualmente l’infrastruttura. Un altro esempio arriva da Green Mountain SVG-Rennesøy , vicino a Stavanger, sempre in Norvegia. Qui un ex deposito di munizioni della NATO è stato riconvertito in un data center sotterraneo con una capacità IT dichiarata di 25 megawatt e un PUE medio di 1,18. La struttura sfrutta il raffreddamento mediante acqua del fiordo, tre alimentazioni elettriche indipendenti e numerosi collegamenti in fibra ottica. Il caso è importante anche dal punto di vista economico. Una ricostruzione pubblicata dal Governo norvegese attribuisce all’infrastruttura, dalla sua realizzazione, effetti significativi sulla creazione di valore e sull’occupazione, pur distinguendo gli impieghi temporanei legati alla costruzione da quelli permanenti. Altri data center sotterranei europei Esistono poi altri data center sotterranei europei, come Pionen a Stoccolma, realizzato in un ex rifugio della Guerra fredda. In Italia questa possibilità si inserisce in un mercato in rapida espansione . Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, nel triennio 2023-2025 sono stati investiti 7,1 miliardi di euro nel settore e, per il periodo successivo, sono state annunciate decine di nuove infrastrutture per un valore potenziale superiore a 25 miliardi. Gli stessi ricercatori avverto, però. che una parte rilevante degli investimenti annunciati potrebbe subire ritardi o non concretizzarsi. Resta che sviluppare infrastrutture anche nel Mezzogiorno potrebbe migliorare la distribuzione territoriale della capacità digitale e, se accompagnato da adeguati collegamenti, rafforzare la resilienza nazionale. In questo senso, primo vantaggio riguarda l’efficienza energetica. Una temperatura ambientale relativamente stabile, infatti, può diminuire il lavoro richiesto ai sistemi di climatizzazione, soprattutto rispetto a strutture superficiali collocate in zone caratterizzate da estati molto calde. Non significa però che il raffreddamento diventi gratuito, anzi. I processori moderni, soprattutto quelli utilizzati per l’intelligenza artificiale, producono quantità elevate di calore e richiedono circuiti di raffreddamento, pompe e sistemi di controllo comunque energivori. Il secondo vantaggio è la sicurezza fisica. Un’infrastruttura protetta da decine di metri di roccia può risultare meno esposta ad alcuni eventi atmosferici, intrusioni e minacce esterne. In una fase storica segnata da sabotaggi, conflitti ibridi e crescente attenzione alle infrastrutture critiche, questa caratteristica può acquisire un valore strategico. Il terzo vantaggio riguarda la riconversione territoriale. Utilizzare un sito industriale esistente può limitare il consumo di nuovo suolo, valorizzare infrastrutture già disponibili e favorire l’insediamento di attività ad alto contenuto tecnologico in territori segnati dal declino minerario. Il caso del Sulcis è particolarmente significativo perché potrebbe trasformare un problema industriale di lungo periodo in un’occasione di investimento. Gli aspetti negativi, altrettanto, concreti Una miniera abbandonata può presentare infiltrazioni d’acqua, umidità, instabilità delle pareti, contaminazioni pregresse e costi elevati di consolidamento. In alcuni casi l’adattamento potrebbe risultare più oneroso della costruzione di un data center tradizionale. Gli spazi sotterranei possono inoltre complicare le operazioni di evacuazione, la manutenzione di grandi apparati e la gestione di incendi o guasti. Il problema energetico rimane, poi, centrale. Un grande data center richiede potenze che possono mettere sotto pressione le reti locali. La presenza di gallerie fresche non compensa l’assenza di una connessione elettrica adeguata o di un sistema di alimentazione ridondante. Allo stesso modo, una struttura perfettamente raffreddata ma distante dai principali nodi di telecomunicazione potrebbe richiedere investimenti molto elevati in fibra ottica e collegamenti di backup. Occorre infine evitare una promessa occupazionale eccessiva. La costruzione di un grande campus tecnologico può generare numerosi lavori temporanei e una filiera di servizi, ma un data center moderno, una volta operativo, non impiega necessariamente centinaia di persone in modo permanente. La qualità dell’investimento andrebbe quindi misurata anche sulla capacità di sviluppare competenze, ricerca, formazione e imprese collegate. La sovranità digitale non coincide automaticamente con la collocazione geografica dei server Sul piano strategico esiste poi una questione ancora più delicata. Come ormai assodato, la sovranità digitale non coincide automaticamente con la collocazione geografica dei server. Un data center situato in una miniera italiana può ospitare infrastrutture controllate da operatori stranieri, utilizzare tecnologie extraeuropee e dipendere da fornitori internazionali per hardware, software e servizi cloud . La localizzazione nazionale è un elemento importante della resilienza, ma da sola non garantisce il controllo dei dati o delle capacità di calcolo. Per questo motivo l’opportunità italiana dovrebbe essere affrontata con un criterio industriale, non soltanto immobiliare. Non basta individuare una vecchia miniera e immaginare di riempirla di server: occorre verificare quali siti dispongano di caratteristiche geologiche favorevoli, accesso a energia competitiva, connettività ridondata, sostenibilità economica e possibilità di espansione. Il modello trentino dimostra che la tecnologia può funzionare già oggi. Il progetto sardo suggerisce che la riconversione può assumere dimensioni molto più grandi, intrecciando intelligenza artificiale, politica energetica e sviluppo territoriale. La Norvegia, infine, mostra che questi investimenti possono diventare infrastrutture industriali durature quando sono sostenuti da condizioni tecniche ed economiche solide. La prospettiva più interessante non è dunque trasformare indiscriminatamente tutte le miniere italiane in data center, ma costruire una mappatura nazionale dei siti realmente idonei e integrarli in una strategia per la capacità di calcolo, la resilienza energetica e la sicurezza delle infrastrutture critiche. Nel secolo scorso la ricchezza veniva estratta dalle profondità della terra. Nel prossimo futuro, una parte della ricchezza potrebbe essere prodotta proprio lì, attraverso la capacità di custodire, elaborare e proteggere i dati. La differenza è che, questa volta, la risorsa più importante non si trova nella roccia ma nell’infrastruttura tecnologica che saremo capaci di costruirvi. Seguici anche sul nostro canale WhatsApp Vai al sito di Cybersecurity Italia. L'articolo I Data Center costruiti nelle miniere. Trentino, Sardegna e Norvegia: il valore strategico del sottosuolo sembra essere il primo su CyberSecurity Italia .
cybersecitalia.itOct 28, 2026extracted
Il radar anti-droni e la VPN gratuita erano una trappola: ecco cosa faceva il malware
Gli esperti di F6 hanno scoperto una nuova campagna di diffusione del troyan Zloy RAT . I suoi dropper si spacciano per un servizio VPN statale gratuito , un radar per il tracciamento dei droni e un’applicazione per automobilisti che, si dice, mostra le pattuglie della polizia stradale, le telecamere e la disponibilità di carburante nelle stazioni di servizio. I ricercatori scrivono che una delle esche di ZloyRAT è diventata l’applicazione «DPS radar. Carburante online».  La pubblicità di tali applicazione viene attivamente promossa nei gruppi di chat degli automobilisti, canali e comunità, inclusi quelli dedicati al taxi, alla consegna, al car sharing e al trasporto merci. Il sito attraverso il quale i criminali diffondono l’applicazione si trova nel dominio .online ed è stato creato il 4 ottobre 2026. Dopo la segnalazione degli esperti di CERT F6, l’accesso alla risorsa è stato bloccato nel territorio della Russia. Su questo dominio, gli specialisti hanno trovato altre pagine in cui ai visitatori veniva offerto di scaricare altre applicazioni per Android. La prima applicazione chiamata è Gosu VPN ed è pubblicizzata come servizio VPN statale gratuito che, si dice, fornisca un accesso sicuro a Internet libero. La seconda applicazione, Radar BLA, si presenta come una mappa online per il tracciamento degli attacchi di droni in tempo reale. Tutte e tre le applicazioni si sono rivelate essere un dropper del malware ZloyRAT, che gli specialisti hanno scoperto nella prima metà del 2026. Dopo l’avvio sul dispositivo della vittima, il trojan, sotto forma di programma utile, richiede il permesso di elaborare i messaggi SMS, oltre alla lettura dei contatti e la gestione delle chiamate telefoniche. Alla fine, gli operatori del malware possono leggere i messaggi SMS in arrivo e le notifiche push, ottenere l’elenco dei contatti, inviare autonomamente SMS e comandi USSD, nonché effettuare chiamate ai numeri specificati. Nel frattempo, il malware cerca di non attirare l’attenzione su di sé. Dopo l’avvio, si maschera come un sito legittimo che si apre sullo schermo dello smartphone . Anche il clic sulla notifica reindirizza l’utente a questa risorsa, quindi la vittima potrebbe semplicemente non notare il comportamento strano dell’applicazione. Iricercatori osservano che uno dei segni indiretti di infezione potrebbe essere un rallentamento evidente del funzionamento del dispositivo. Secondo le informazioni degli specialisti, gli operatori di ZloyRAT sono interessati ai dati di programmi specifici installati sul dispositivo infetto. In totale, questa lista include più di 60 applicazioni di banche e servizi finanziari russi, nonché marketplace, servizi governativi e Telegram. Nel loro rapporto, gli esperti notano che lo schema con le esche automobilistiche si sviluppa già da diversi mesi. Ad esempio, già in autunno 2025 gli specialisti trovavano malware mascherato da radar della polizia stradale, e in estate 2026 i criminali hanno iniziato a offrire APK dannosi per verificare la disponibilità di benzina nelle stazioni di servizio. L'articolo Il radar anti-droni e la VPN gratuita erano una trappola: ecco cosa faceva il malware proviene da Red Hot Cyber .
redhotcyber.comOct 28, 2026extracted
Europol e Digital Forensics: il problema non è solo trovare le evidenze, ma sapere cosa manca
Due strumenti forensi possono esaminare gli stessi dati e restituire risultati differenti. Quale dei due possiamo considerare affidabile? Il nuovo rapporto Digital Forensics: Gap Analysis , pubblicato da Europol il 16 ottobre 2026, richiama l’attenzione sulle difficoltà che le autorità europee incontrano nella validazione degli strumenti, nell’interoperabilità dei sistemi e nell’impiego dell’ intelligenza artificiale . Tra le questioni sollevate ce n’è una particolarmente concreta: come possiamo valutare l’affidabilità di un risultato se non conosciamo abbastanza bene ciò che il software ha effettivamente esaminato? Immaginiamo di aver acquisito uno smartphone nell’ambito di un’indagine. Il primo software forense restituisce 8.240 messaggi. Un secondo strumento, utilizzato sugli stessi dati acquisiti, ne individua 7.910. Le conversazioni principali sembrano coincidere, i riferimenti temporali sono coerenti e nessuno dei due programmi segnala errori particolari. La differenza è di 330 messaggi. Potrebbero essere duplicati che uno dei due strumenti ha escluso, record recuperati soltanto da un determinato parser oppure dati interpretati diversamente. Non possiamo ancora saperlo. Entrambi i report appaiono completi. Entrambi sono stati prodotti da software utilizzati professionalmente nelle attività investigative. Quale risultato utilizziamo? La risposta non dipende necessariamente da quale software sia più conosciuto o diffuso. Prima occorre capire che cosa ciascuno strumento abbia letto, quali operazioni abbia eseguito e se i due risultati siano effettivamente confrontabili. È una delle difficoltà che emergono dal rapporto Digital Forensics: Gap Analysis , realizzato dalla Commissione europea in stretta cooperazione con Europol e pubblicato il 16 ottobre 2026 [1]. Il documento raccoglie le esigenze e le criticità individuate attraverso consultazioni con esperti, autorità nazionali e altri soggetti coinvolti nella digital forensics europea. Non è uno studio sperimentale sull’accuratezza dei singoli prodotti, ma un’analisi delle capacità disponibili e di quelle che ancora mancano. E alcune di queste carenze diventano particolarmente evidenti quando un risultato deve essere utilizzato per sostenere una conclusione investigativa. Il software ha trovato quei dati. Ma quali ha esaminato? Torniamo ai due report. Il primo controllo potrebbe riguardare il database dal quale provengono i messaggi. Le due applicazioni hanno esaminato gli stessi file? Hanno interpretato allo stesso modo i record cancellati, i database SQLite e gli eventuali file WAL? Hanno applicato filtri differenti? Anche utilizzando la stessa acquisizione iniziale, due strumenti possono elaborare porzioni diverse dei dati disponibili. La differenza potrebbe dipendere dal supporto offerto a una particolare versione dell’applicazione. Oppure da criteri differenti per identificare i messaggi, distinguere i record duplicati o ricostruire informazioni frammentarie. In altri casi, il limite si trova ancora prima dell’analisi. Un’acquisizione logica potrebbe non comprendere alcuni dati conservati in aree non accessibili oppure disponibili esclusivamente attraverso servizi remoti. In questo caso nessuno dei due programmi potrebbe recuperarli dalla copia acquisita. Il rapporto Europol evidenzia proprio le difficoltà di accesso, estrazione e analisi che interessano dispositivi mobili, ambienti cloud, sistemi IoT e veicoli connessi. La crescente complessità tecnologica procede più velocemente della capacità di aggiornare strumenti, metodologie e competenze [1]. Ma nell’attività quotidiana queste difficoltà non si presentano necessariamente come un errore. Un software può terminare correttamente l’elaborazione e produrre un report senza che questo rappresenti necessariamente tutto il contenuto del dispositivo o tutte le informazioni potenzialmente disponibili. Se il programma non ha accesso a un determinato database, oppure non dispone del parser necessario per interpretarlo, il risultato finale potrebbe semplicemente non comprenderne il contenuto. E l’assenza potrebbe non essere immediatamente riconoscibile dall’interfaccia. Per questo, nel nostro esempio, non basterebbe confrontare il numero dei messaggi. Occorrerebbe verificare le sorgenti effettivamente disponibili, i dati elaborati e le eventuali differenze nei criteri di interpretazione. I 330 elementi di differenza potrebbero anche non corrispondere a 330 messaggi mancanti. Senza stabilire che cosa sia stato conteggiato, il confronto numerico rischia di essere fuorviante. Una validazione eseguita altrove non risolve automaticamente il nostro caso Tra gli aspetti più significativi del rapporto c’è la frammentazione delle pratiche di validazione. Europol rileva che i Paesi europei adottano criteri e metodologie differenti per verificare gli strumenti forensi. Questo comporta duplicazione delle attività di testing, costi elevati e difficoltà nel confrontare i risultati. Il documento arriva a raccomandare che l’Unione europea consideri la costituzione di un organismo indipendente incaricato di eseguire test sugli strumenti utilizzati dalle autorità investigative [1]. Non si tratta, quindi, di una struttura già operativa, ma di una proposta per affrontare un problema riconosciuto. L’esigenza di test indipendenti non è nuova. Il programma Computer Forensics Tool Testing (CFTT) del NIST utilizza metodologie basate sulle specifiche funzionalità degli strumenti. Le procedure prevedono requisiti, casi di prova e risultati documentati, così da consentire una valutazione delle capacità effettivamente sottoposte a verifica [2]. Anche lo SWGDE, nel documento Minimum Requirements for Testing Tools Used in Digital and Multimedia Forensics , raccomanda di verificare che strumenti e procedure funzionino come previsto e di comprenderne i limiti [3]. Resta però una questione operativa. Supponiamo che un software abbia superato una serie di test relativi all’estrazione e all’interpretazione dei dati di una determinata applicazione. Successivamente viene rilasciata una nuova versione dell’applicazione, con modifiche alla struttura del database. Il software forense continua a individuare alcuni messaggi, ma non abbiamo verificato se il parser riconosca correttamente tutte le nuove strutture. Possiamo utilizzare i risultati ottenuti? Potenzialmente sì. Possiamo considerare la validazione precedente sufficiente per sostenere che tutti i messaggi accessibili siano stati recuperati correttamente? Non necessariamente. Un test dimostra qualcosa rispetto alle condizioni nelle quali è stato eseguito. Se cambiano i dati, le versioni software o le funzionalità utilizzate, occorre valutare quanto quelle condizioni siano ancora rappresentative. Lo stesso vale per una verifica effettuata da un altro laboratorio. Può essere un riferimento importante, evitando di ripetere inutilmente prove già eseguite, ma bisogna conoscere quali funzionalità siano state testate e con quali limiti. Per tornare ai nostri due strumenti, potrebbe essere sufficiente predisporre una prova mirata con un database di riferimento contenente messaggi conosciuti, record cancellati e situazioni particolari. Il risultato permetterebbe di verificare il comportamento dei parser su quei casi. Non dimostrerebbe, da solo, che i programmi funzionino correttamente su qualsiasi smartphone o su ogni versione dell’applicazione. È proprio questa distinzione che rende utile la validazione: sapere che cosa possiamo sostenere sulla base delle verifiche realmente effettuate. Quando il formato dei dati impedisce di controllare il risultato Il rapporto affronta anche un’altra difficoltà: molti strumenti commerciali utilizzano formati proprietari che complicano il trasferimento dei dati tra applicazioni differenti. Non riguarda soltanto la possibilità di aprire un file con un altro programma. Consideriamo un laboratorio che utilizza un software per acquisire i dati, un secondo per analizzare le comunicazioni e un terzo per ricostruire una sequenza temporale. Se i sistemi non condividono formati interoperabili, potrebbe essere necessario esportare, trasformare e reimportare le informazioni. Ogni passaggio richiede attenzione. Un’esportazione può conservare il testo dei messaggi ma non tutti i metadati originali. Alcuni campi potrebbero essere normalizzati, altri esclusi perché non supportati dal formato di destinazione. Una data potrebbe essere convertita in un diverso fuso orario oppure perdere l’informazione sulla sua origine. Non è detto che queste trasformazioni alterino il significato dell’evidenza. Alcune possono essere previste, corrette e perfettamente documentabili. Ma se il passaggio non viene controllato, diventa più difficile ricostruire da dove provenga un’informazione e quale trasformazione abbia subito. Europol individua nell’assenza di formati comuni un ostacolo all’interoperabilità e all’impiego di più strumenti nella stessa catena di analisi. Propone quindi di promuovere formati standardizzati e soluzioni modulari che rendano più semplice l’integrazione [1]. Un formato proprietario, naturalmente, non rende automaticamente inaffidabile un prodotto. Esistono strumenti commerciali che permettono verifiche approfondite, esportazioni documentate e controlli sui dati originari. Altri possono presentare limitazioni più importanti. La questione cambia quando il risultato deve essere controllato indipendentemente. Se una determinata informazione è visibile soltanto attraverso un’interfaccia e non possiamo risalire ai dati dai quali deriva, il margine di verifica si riduce. Nel nostro esempio, la differenza tra 8.240 e 7.910 messaggi potrebbe essere chiarita tornando ai database originali e confrontando i singoli record. Se invece disponessimo soltanto di due esportazioni prive degli identificativi e dei riferimenti alle sorgenti, il confronto diventerebbe molto più complicato. L’interoperabilità, quindi, non riguarda soltanto l’efficienza dei laboratori europei. Può incidere anche sulla possibilità concreta di sottoporre un risultato a controllo. Con l’intelligenza artificiale compare un’altra selezione Alle pagine 19 e 20, il rapporto dedica una sezione specifica all’ intelligenza artificiale nella digital forensics. Europol richiama la necessità di utilizzare sistemi controllati, con operazioni tracciabili, documentazione dei processi e verifiche umane quando necessarie. Nel documento compare anche un esempio particolarmente significativo: una risposta AI con accuratezza del 99% può comunque risultare inutilizzabile quando non sia possibile dimostrare il processo che l’ha prodotta [1]. È un’affermazione che merita di essere letta nel suo contesto. Immaginiamo che un sistema AI venga utilizzato per individuare immagini potenzialmente rilevanti all’interno di un’acquisizione forense. Il programma analizza migliaia di file e ne segnala alcune centinaia per la revisione dell’operatore. L’analista controlla tutte le immagini segnalate e conferma quelle pertinenti. Il lavoro risulta molto più rapido rispetto a un esame manuale completo. Resta però una domanda: che cosa sappiamo delle immagini che non sono state segnalate? Alcune potrebbero essere state classificate come negative. Altre potrebbero aver ricevuto un punteggio inferiore alla soglia impostata. Altre ancora potrebbero non essere state elaborate per errori di lettura, formati non supportati o problemi durante il processing. Queste situazioni non sono equivalenti. Un’elevata accuratezza misurata su un dataset di test non ci dice automaticamente quanti contenuti rilevanti possano sfuggire al sistema nel caso concreto. Per valutarlo occorrono informazioni sul tipo di classificazione, sulla sensibilità, sui falsi negativi e sulla rappresentatività dei dati utilizzati per la verifica. Anche la soglia di classificazione può cambiare il numero dei risultati mostrati. Se il sistema viene impiegato soltanto per stabilire quali immagini esaminare per prime, un certo margine di errore può essere gestito diversamente rispetto a un utilizzo nel quale tutti i contenuti non segnalati vengono esclusi da ulteriori verifiche. Nel secondo caso, un falso negativo può avere un effetto diretto sulla completezza dell’esame. Il rapporto richiama inoltre il rischio che tecniche anti-forensi e modificazioni dei dati di input possano interferire con i sistemi AI, generando output errati. Non qualsiasi modifica osservata costituisce necessariamente un attacco anti-forense. Una ricompressione o una trasformazione dell’immagine può avere origini ordinarie. Ma se quel cambiamento altera la classificazione, il comportamento merita di essere verificato, indipendentemente dalla possibilità di attribuire un’intenzione. La revisione umana rimane importante, ma bisogna comprenderne il perimetro. Se l’operatore controlla soltanto i contenuti che l’AI ha selezionato, non ha verificato automaticamente tutti quelli che il sistema ha escluso o non è riuscito a elaborare. In un processo controllato, la versione del modello, la configurazione, le soglie, gli errori di elaborazione e la copertura del dataset diventano informazioni necessarie per interpretare correttamente il risultato. Questo non richiede necessariamente di conoscere ogni dettaglio interno del modello. Richiede però controlli e verifiche adeguati all’utilizzo previsto, soprattutto quando l’output contribuisce a una conclusione forense e non soltanto a orientare le successive attività investigative. Il limite dello strumento deve arrivare fino a chi utilizza l’evidenza Nel rapporto emerge anche un problema che riguarda il percorso dell’evidenza dopo l’acquisizione. Europol raccomanda percorsi formativi differenziati non soltanto per gli specialisti, ma anche per first responder, investigatori, pubblici ministeri e magistrati. La scelta è coerente con le difficoltà descritte nel documento. Pensiamo a una telecamera domestica collegata a un servizio cloud. Durante un intervento viene sequestrato il dispositivo. L’analisi della memoria locale non restituisce registrazioni relative all’intervallo temporale di interesse. L’assenza di quei video nella memoria acquisita può essere un risultato corretto. Ma non dimostra che le registrazioni non siano mai esistite. Potrebbero essere state conservate soltanto sul servizio remoto, eliminate secondo una politica di conservazione oppure rese temporaneamente inaccessibili dalle condizioni del sistema. Il rapporto segnala che gli ambienti IoT possono distribuire le informazioni tra dispositivi, applicazioni e infrastrutture cloud, spesso con tempi di conservazione limitati [1]. La criticità comincia già durante il primo intervento, quando bisogna riconoscere quali sorgenti di evidenza siano presenti, quali informazioni possano essere volatili e quali operazioni siano consentite e tecnicamente opportune. Una volta arrivati alla relazione, però, il problema assume un’altra forma. Se scriviamo semplicemente che l’analisi non ha individuato registrazioni, senza specificare che è stata esaminata esclusivamente la memoria locale, chi legge potrebbe attribuire a quel risultato un’estensione che non possiede. Lo stesso può accadere con i messaggi dello smartphone o con le immagini classificate dall’intelligenza artificiale. Il software restituisce un insieme di dati. La relazione dovrebbe consentire di comprendere a quale sorgente e a quale attività di esame si riferisca quell’insieme. Quando un’evidenza passa dal laboratorio all’investigatore e successivamente all’autorità giudiziaria, non dovrebbe perdere le informazioni necessarie per valutarne la portata. Torniamo allora ai 330 messaggi di differenza. Prima di scegliere quale report utilizzare, l’analista dovrebbe poter documentare l’acquisizione di partenza, le versioni degli strumenti, le operazioni compiute, le verifiche effettuate e gli eventuali limiti incontrati. Se la differenza viene chiarita, la conclusione può tenerne conto. Se non viene chiarita, bisogna valutare se quel limite incida sulla domanda investigativa alla quale stiamo cercando di rispondere. Una discrepanza relativa a messaggi estranei all’intervallo temporale di interesse potrebbe avere un peso diverso rispetto alla mancata ricostruzione di una conversazione decisiva. Non sempre sarà necessario ricostruire ogni singolo record. Ma la decisione di interrompere o approfondire le verifiche dovrebbe essere proporzionata alla rilevanza di ciò che resta incerto. Il rapporto Europol propone una risposta europea fatta di strumenti condivisi, validazione indipendente, formati interoperabili, cooperazione e formazione. Sono interventi che potrebbero migliorare concretamente le capacità investigative. Nel singolo procedimento, tuttavia, resta una responsabilità che nessuna piattaforma condivisa può eliminare completamente: stabilire che cosa i risultati ottenuti permettano effettivamente di concludere. Un report può essere tecnicamente corretto e avere comunque una copertura limitata. Un programma può aver funzionato secondo le proprie specifiche senza aver esaminato tutte le informazioni potenzialmente rilevanti. La conclusione dell’analista deve tenere conto anche di questo. Perché davanti a un risultato forense, a volte, la domanda più importante non riguarda ciò che il software ha trovato. Riguarda ciò che non siamo ancora in grado di escludere. Riferimenti essenziali [1] Europol, Digital Forensics: Gap Analysis , Publications Office of the European Union, Luxembourg, 2026. ISBN 978-92-9414-156-9. DOI: 10.2813/7161293. Rapporto integrale Europol (PDF) [2] National Institute of Standards and Technology (NIST), Computer Forensics Tool Testing (CFTT) – Methodology Overview . Documentazione ufficiale NIST [3] Scientific Working Group on Digital Evidence (SWGDE), Minimum Requirements for Testing Tools Used in Digital and Multimedia Forensics , SWGDE 18-Q-001-2.1, Version 2.1, 7 marzo 2024. Documento ufficiale SWGDE [4] ISO/IEC 27042:2015, Information technology – Security techniques – Guidelines for the analysis and interpretation of digital evidence . Standard ISO L'articolo Europol e Digital Forensics: il problema non è solo trovare le evidenze, ma sapere cosa manca proviene da Red Hot Cyber .
redhotcyber.comOct 28, 2026extracted
Brasile, oltre l’AI e gli algoritmi perché quella di Lula è stata “una vittoria cyber”
“ La campagna di Lula si è incanalata e diramata in migliaia di micro-comunità cyber autogestite direttamente dai sostenitori contro i bot e la disinformazione dello sfidante “, spiega a Cybersecurity Italia il giornalista economico Luciano Cerasa. “ Una vittoria cyber “, così si potrebbe definire il successo di Luiz Inácio Lula da Silva nel secondo turno delle ultime elezioni generali in Brasile, contro Flávio Bolsonaro. Il candidato uscente ha ottenuto la riconferma per un quarto mandato non consecutivo – con il 51,79% dei voti – a discapito dello sfidante (48,21%), che pure al primo turno aveva vinto 47,03% a 45,16%. L’affluenza complessiva del secondo turno è stata dell’80,78%. Il recupero “ incredibile ” – a detta della quasi totalità degli osservatori – del rappresentante del Partito dei Lavoratori non è stato dovuto soltanto all’aumento dell’affluenza. Anzi, è stata fondamentale la capacità di mobilitare gli elettori – e in particolare la base elettorale nel nordest del Paese – sfruttando i social. “ Solo ” in quest’area del Brasile , grazie alla continua condivisione di temi socio-economici, il consenso per il candidato socialità è salito da 50 al 70%. Del resto, al netto di una strumentazione classica della comunicazione politica sul territorio, l’avvicinamento alle votazioni e le campagne elettorali si sono giocate anche, se non soprattutto, su Internet . L’ AI è stata grande protagonista nei comizi e nella presentazione dei programmi, con tutti i rischi del caso. Avatar, AI e disinformazione Già un anno fa l’ Agência Brasileira de Inteligência ( ABIN ) nel suo rapporto “ Desafios de Inteligência – Edição 2026 ” (“ Sfide dell’intelligence – Edizione 2026 ”) aveva lanciato un allarme sulle elezioni. Il rischio era che “ estremismo politico, disinformazione, uso maligno dell’ AI e potere delle Big Tech “ potessero condizionare il processo elettorale in sé. L’ex Presidente brasiliano Jair Bolsonaro , in carica dal 2019 al 2023 e attualmente agli arresti, aveva sfruttato proprio l’ AI per sostenere direttamente suo figlio Flavio . Il candidato della destra nazional-conservatrice. Era infatti apparso pubblicamente in video durante il lancio della campagna presidenziale. O meglio non era in realtà proprio lui, bensì un avatar generato con l’ AI . E l’ avatar , presentato apertamente come una creazione dell’ AI , aveva pronunciato un discorso ai sostenitori presenti: “ Nessuna prigione potrà mettere a tacere il sentimento di speranza che abbiamo risvegliato. Per questo vi chiedo di accogliere a braccia aperte la persona che ho scelto per sostituirmi “. “ L’offensiva digitale contro la rielezione di Lula “, spiega a Cybersecurity Italia il giornalista economico – esperto di Sud America – Luciano Cerasa , già Caporedattore centrale del Tg La7 e Direttore di Fiscoequo.it , “ è puntualmente arrivata da X e da Meta “. Sia Elon Musk , che Mark Zuckerberg erano infatti grandi sostenitori di Bolsonaro. “ Milioni di brasiliani sono stati così oggetto di profilazione perché ancora indecisi “. Grazie ad un algoritmo che ha individuato l’obiettivo, sottolinea ancora Cerasa , “ la popolazione prescelta è divenuta il bersaglio di migliaia di Bot e profili social falsi. Tutti agenti su input di meccanismi automatici “. A loro, “ il compito di riempire le bacheche di notizie false e attacchi emotivamente coinvolgenti, fatti per arrivare alla pancia degli elettori “. “ Una vera e propria guerriglia digitale “ Dall’altra parte, dunque, è servito lavorare sullo stesso campo. “ Il gruppo di lavoro di Lula “, ha aggiunto Cerasa “ ha compreso un aspetto fondamentale “. Ossia, che “ per disorientare e battere l’algoritmo serviva moltiplicare i centri operativi dai quali partivano i messaggi alla popolazione “. “ Una vera e propria guerriglia digitale ”, secondo Cerasa , “ ingaggiata su X, Facebook, Instagram, WhatsApp e Telegram . La campagna di Lula si è così incanalata e diramata in migliaia di micro-comunità cyber, autogestite direttamente dai sostenitori. Su di loro , così, era difficile concentrare le shit storm dei bot “. Le stesse, erano poi in grado “ di ribattere alle fake news in tempo reale, bypassando i filtri e i boicottaggi delle grandi piattaforme contro le pagine ufficiali “. L’importanza di WhatsApp Su tutti, però, lo strumento decisivo è stato il canale WhatsApp “Exército do Lula” , trasformato in una sorta di quartier generale digitale della campagna. Dopo il primo turno contava circa 50mila iscritti. Alla vigilia del ballottaggio aveva superato quota 10 milioni. Da lì André Janones , 42 anni, Deputato federale eletto nel Minas Gerais con Rede Sustentabilidade (REDE), gestore del canale distribuiva indicazioni e “ missioni ” ai sostenitori. L’obiettivo era quello di amplificare contenuti e temi della campagna sulle diverse piattaforme, cercando la loro massima diffusione. Da non sottovalutare, inoltre, l’impiego di TikTok e Reels . Due canali impiegati per divulgare un linguaggio rivisto, “ pop “, che potesse avvicinarsi ai più giovani, intercettando le istanze delle favelas . Non è casuale, dunque se durante i festeggiamenti Lula – oltre a ringraziare pubblicamente Janones – ha annunciato che la comunicazione digitale avrà uno spazio molto maggiore nel suo quarto mandato. Seguici anche sul nostro canale WhatsApp Vai al sito di Cybersecurity Italia. L'articolo Brasile, oltre l’AI e gli algoritmi perché quella di Lula è stata “una vittoria cyber” sembra essere il primo su CyberSecurity Italia .
cybersecitalia.itOct 28, 2026extracted
UE, l’Enisa ribadisce: “L’economia marittima è un settore a rischio”. Preoccupano i gruppi hacker criminali con legami governativi
Un nuovo caso di cyberspionaggio internazionale avrebbe coinvolto il noto gruppo hacker criminale legato alla Cina Mustang Panda, confermando le vulnerabilità sistemiche del settore. “ Il settore dell’economia marittima di almeno sette Paesi UE è stata costantemente nel mirino del gruppo hacker criminale Mustang Panda per tutto il 2025 “, così l’ Agenzia UE per la cybesicurezza (Enisa) nel suo rapporto “ Threat Landscape 2026 “. Secondo il Dipartimento della Giustizia Usa il gruppo ha legami con le autorità governative della Cina . Il problema, però, non è episodico ma sistemico, come ha evidenziato la stessa Agenzia. Questi attacchi contro organizzazioni del settore marittimo sono avvenuti con il ricorso a “ continue campagne cyber “, sulla base di differenti direttrici . L’insieme di queste operazioni, sulla base del rapporto dell’ Enisa , comprendeva “ attività di spionaggio e raccolta di informazioni strategiche “. Da qui la qualifica di Mustang Panda a “ minaccia significativa ” per le organizzazioni dell’UE, grazie alle “ sue capacità avanzate e alla possibilità di condurre attacchi ripetuti contro il settore marittimo e le amministrazioni pubbliche “. L ’Unione Europea studia le attività criminali Da tempo questo gruppo criminale preoccupa l’Unione Europea. Per altro, come aveva spiegato POLITICO , la scoperta di Mustang Panda era avvenuta proprio perché aveva nel mirino le missioni diplomatiche dell’UE nel 2022 . L’anno successivo, l’ Enisa lo aveva definito “ una delle principali minacce “. Nel 2025, inoltre, il gruppo era stato al centro di accuse per il presunto spionaggio di aziende russe operanti nei settori della Difesa e dell’aerospazio . Quello che emerge dal rapporto è che il settore marittimo è particolarmente vulnerabile . Cyberattacchi in grado di interrompere le attività e le catene del valore potrebbero infatti avere ripercussioni significative sul commercio internazionale . Il valore delle catene di fornitura Da tempo l’ Enisa analizza le vulnerabilità strutturali del settore marittimo, classificandolo come “ a rischio “. In tale ottica ha evidenziato: “ Il settore dei trasporti, compreso quello marittimo e la logistica sono obiettivi particolarmente interessanti per le loro implicazioni economiche e politiche. Soprattutto se inseriti nel contesto degli sviluppi geopolitici “. C’è poi un altro lato della questione sui cui si sono sollevati dei dubbi . Tutti i software impiegati per gestire e controllare le infrastrutture marittime. Anche in questo settore, esperti e analisti hanno evidenziato la necessità di una massima attenzione, essendo un possibile vettore di minacce per la sicurezza dell’Unione stessa. Per approfondire Leggi il rapporto dell’Enisa “ Threat Landscape 2026 ” in PDF . Consulta le FAQ dell’Enisa sul Cyber Resilience Act. Seguici anche sul nostro canale WhatsApp Vai al sito di Cybersecurity Italia. L'articolo UE, l’Enisa ribadisce: “L’economia marittima è un settore a rischio”. Preoccupano i gruppi hacker criminali con legami governativi sembra essere il primo su CyberSecurity Italia .
cybersecitalia.itOct 28, 2026extracted
Oltre le soft skill: alla scoperta dei propri punti di forza nella Cybersecurity
Le competenze tecniche non sono mai state gli unici requisiti per lavorare nel campo della cybersecurity. Già nel 2017, il NICE Cybersecurity Workforce Framework del NIST illustrava la combinazione tra competenze tecniche e trasversali, ovvero le soft skill. Inoltre, recentemente il NIST ha svolto un’analisi delle competenze lavorative e come queste possono essere applicate al lavoro nella cybersecurity. Tra queste competenze emergono molte soft skill considerate importanti, come per esempio la collaborazione, la gestione dei conflitti e la comunicazione, solo per menzionarne alcune. Oltre a queste soft skill, c’è un altro fattore fondamentale tra le nostre risorse che riceve meno attenzione nello sviluppo personale: i punti di forza del carattere (character strengths). Cosa sono i punti di forza del carattere? I punti di forza del carattere fanno parte di uno degli ambienti studiati in psicologia positiva. Contrariamente a quello che spesso le persone pensano, la psicologia positiva non riguarda pensare positivo oppure ignorare le difficoltà e le emozioni negative. Questa branca studia le risorse psicologiche che possono contribuire al benessere personale e collettivo, aiutando gli individui e le comunità ad affrontare le sfide della vita. Uno dei modelli più conosciuto è il VIA Classification of Character Strengths, che è stato sviluppato dagli psicologi Christopher Peterson e Martin Seligman. Il modello identifica 24 punti di forza del carattere, organizzati in sei virtù più ampie che includono qualità come curiosità, creatività, capacità di giudizio, perseveranza, onestà, gentilezza, prudenza, umorismo, e molte altre1. Tutti noi possediamo tutti questi punti di forza in misura diversa, ma alcuni ci caratterizzano più di altri. Questi vengono definiti come i nostri punti di forza distintivi : qualità che sentiamo come naturali, che riconosciamo come parte della nostra identità, e che spesso utilizziamo volentieri. Diversamente dalle competenze tecniche e le soft skill, che delineano le nostre conoscenze e abilità, i punti di forza riflettono delle qualità personali che influenzano il nostro modo di pensare, di comportarsi e di affrontare le difficoltà. Sono quindi strettamente collegati alla nostra identità, ma possono anche essere sviluppati e usati più intenzionalmente. Probabilmente li utilizziamo già senza rendercene conto Prendiamo come esempio un analista di cybersecurity che sta indagando un pattern insolito. La curiosità potrebbe guidare l’indagine, il giudizio potrebbe essere di aiuto nella valutazione delle diverse spiegazioni e la perseveranza potrebbe sostenere l’analista nel continuare a lavorare su un problema complesso. Oppure si può pensare ad una persona che sta coordinando un incident response, che ricorre al suo punto di forza di team work, o attinge alla prudenza e all’autoregolazione per gestire decisioni che devono essere prese sotto pressione. Probabilmente, questi professionisti non stanno pensando consapevolmente ai propri punti di forza. Stanno semplicemente facendo il loro lavoro, utilizzando delle qualità che sono già parte integrale e naturale di come affrontano le loro attività lavorative. E se essere più consapevole dei propri punti di forza potesse aiutarci ad utilizzarli in modo più efficace? Cosa dice la ricerca Ci sono numerose ricerche che hanno studiato e analizzato le relazioni tra i punti di forza, il benessere e le prestazioni professionali. Una metanalisi condotta da Rudolph e colleghi nel 2025 ha evidenziato un’associazione positiva tra l’utilizzo dei propri punti di forza sul lavoro, il benessere e il rendimento lavorativo. Sempre nel 2025, un’altra metanalisi condotto da Vásquez-Pailaqueo e i suoi colleghi ha mostrato che interventi incentrati sui punti di forza hanno prodotto miglioramenti moderati nel coinvolgimento lavorativo e le prestazioni lavorative. Questi risultati sono incoraggianti, ma è da evidenziare che la maggioranza degli studi hanno coinvolto lavoratori di diversi settori professionali, senza concentrarsi specificamente sull’ambito della cybersecurity. Inoltre, è da prendere in considerazione la differenza tra associazioni ed effetti causali accertati. Tuttavia, le prove suggeriscono che diventare più consapevole dei propri punti di forza e trovare le opportunità per impiegarli intenzionalmente potrebbe contribuire a come viviamo il proprio lavoro e quanto riusciamo a svolgerlo in modo efficace. I propri punti di forza, non un profilo ideale di cybersecurity Valutando i 24 punti di forza del modello VIA, è difficile non essere tentato di identificare quelli che sembrano particolarmente utili nella cybersecurity. Ma l’obiettivo non è stabilire quali cinque punti di forza ogni professionista di cybersecurity dovrebbe avere o sviluppare. Il valore vero sta nello scoprire i propri punti di forza distintivi e a imparare come usarli in modo efficace. Infatti, due persone che devono affrontare la stessa sfida professionale potrebbero approcciarla in modo completamente diverso, utilizzando punti di forza differenti. Nessuno degli approcci è necessariamente meglio o peggio. Quel che conta è riconoscere le risorse che introduciamo in una situazione e capire come applicarle. Non significa che dobbiamo ignorare i punti di forza che sono meno evidenti nel nostro profilo personale. Tutti i 24 punti di forza possono essere sviluppati e utilizzato quando le circostanze le richiedono. Però cercare di sviluppare un punto di forza con minor evidenza nel proprio profilo richiede un uso disproporzionale di energia con miglioramenti marginali. Mentre l’impiego intenzionale dei nostri punti di forza distintivi porta a risultati migliori in quanto essi sono intrinsecamente motivanti perché costituiscono una parte importante della propria identità. C’è poi da sottolineare una distinzione importante tra utilizzare un punto di forza più frequentemente e utilizzarlo bene. Prendiamo per esempio la perseveranza. Questo punto di forza potrebbe aiutarci nel portare aventi la risoluzione di un problema complesso. Ma potrebbe anche portarci oltre il limite, e impedirci di riconoscere quando dobbiamo cambiare l’approccio oppure chiedere aiuto. Così come la prudenza può assistere nel prendere delle decisioni delicate, ma in eccesso può diventare un ostacolo quando è necessario agire. Sviluppare i propri punti di forza significa quindi anche riconoscere quando sono utili, quando rischiamo di abusarne e quando una situazione richiede una risposta diversa. Come identificare e sviluppare i propri punti di forza Uno degli aspetti interessanti dei punti di forza è proprio che possiamo iniziare a svilupparli da soli, senza aver bisogno di un progetto o programma formale o aziendale di sviluppo. Il VIA Institute on Character offre un questionario gratuito che fornisce una classifica personale dei 24 punti di forza2. Non è un test di attitudine professionale, ma un punto di partenza per capire quali qualità sono più caratteristiche di noi. Una volta identificati i nostri punti di forza distintivi, possiamo iniziare a riconoscere come li usiamo già nelle situazioni quotidiane ed esplorare nuovi modi per applicarli. Un esercizio semplice è pensare a una sfida recente che abbiamo gestito particolarmente bene, sia al lavoro che nella vita privata. Cosa ci ha aiutato ad affrontarla? A quali punti di forza abbiamo attinto? Potremmo usare questi stessi punti di forza anche in un’altra situazione? Possiamo quindi scegliere uno dei nostri punti di forza distintivi e cercare consapevolmente di applicarlo in modo nuovo durante la settimana successiva, e valutare se ha fatto qualche differenza. Oltre lo sviluppo professionale: il benessere Nella cybersecurity, lo sviluppo professionale si concentra ovviamente sul tenere il passo con nuove minacce, tecnologie e competenze tecniche. E anche e le soft skills sono riconosciute come una parte importante dell’efficacia professionale. Ma i punti di forza del carattere offrono un’altra prospettiva. Diventare consapevoli di questi punti di forza ed imparare a usarli in modo più efficace non riguarda solo il miglioramento delle prestazioni professionali: anche per il benessere personale alcuni studi hanno riscontrato un’associazione tra l’uso dei punti di forza e livelli più bassi di burnout . Sviluppare i nostri punti di forza non significa però eliminare lo stress o prevenire il burnout . Ma imparare a riconoscere e utilizzare queste risorse personali può aiutare ad affrontare le difficoltà e trovare più soddisfazione in ciò che facciamo. Per tanto sono fondamentali nel contribuire al nostro benessere complessivo. L’approfondimento e l’utilizzo dei propri punti di forza distintivi, quindi, è una pratica che l’individuo può attuare in modo autonomo e diretto, a differenza di altri aspetti del proprio sviluppo professionale. L'articolo Oltre le soft skill: alla scoperta dei propri punti di forza nella Cybersecurity proviene da Red Hot Cyber .
redhotcyber.comOct 28, 2026extracted
Giappone, in caso di attacchi cyber diverse aziende riconoscono un indennizzo agli utenti
Le ondate di attacchi informatici che stanno colpendo il Giappone spingono le aziende a intervenire con risarcimenti ai clienti e nuovi investimenti in cybersicurezza. Un indennizzo aziendale per gli utenti colpiti da attacchi cyber, così in Giappone si tenta di rispondere ai danni informatici. Dalle piattaforme finanziarie ai servizi di mobilità, le imprese giapponesi iniziano a riconoscere indennizzi agli utenti colpiti dagli attacchi informatici. Le ondate di attacchi informatici che stanno colpendo il Paese asiatico hanno spinto le aziende a intervenire con risarcimenti ai clienti e a definire nuovi investimenti in cybersicurezza . Le interruzioni dei servizi online e i data breach stanno alimentando le preoccupazioni sulla stabilità economica e sulla capacità operative delle stesse aziende. Tra i casi più rilevanti, segnalano gli esperti, c’è quello di GMO Internet Group , operatore giapponese attivo nei servizi finanziari online. Il Gruppo ha annunciato indennizzi per le perdite causate da accessi non autorizzati al proprio servizio di trading valutario. L’azienda riconoscerà inoltre a tutti i clienti un pagamento di 5mila yen (pari a circa 32 dollari), come “ gesto di buona volontà “. Il caso GMO non è isolato. Park24 , società che gestisce il servizio di car sharing Times , ha annunciato venerdì scorso un pagamento di 3mila yen per i clienti coinvolti in una violazione dei dati personali dello scorso mese. Il Governo prepara misure urgenti contro gli attacchi Oltre le aziende, sottolinea la Reuters , la risposta coinvolge anche le istituzioni, considerando che dal 1° ottobre le Forze di Autodifesa del Giappone possono lanciare attacchi informatici per colpire gli hacker criminali. Il Primo ministro Sanae Takaichi ha infatti annunciato l’intenzione di predisporre entro la settimana prossima un pacchetto straordinario di misure contro gli attacchi informatici. Il Governo ha anche comunicato la creazione di un gruppo incaricato di simulare attacchi condotti con l’ intelligenza artificiale . Si possono così individuare le vulnerabilità dei sistemi tecnologici prima che possano essere sfruttate da soggetti ostili. “ È il momento che settore pubblico e privato lavorino insieme per proteggere il Giappone “, ha sottolineato Kumagai , sollecitando le autorità a intensificare le misure difensive. In aumento gli incidenti cyber in Giappone A preoccupare gli esperti è soprattutto la crescente automazione delle attività criminali, grazie all’ AI . Secondo TrendAI , divisione della società di sicurezza informatica Trend Micro , in Giappone c’è stata la registrazione di 723 incidenti di cybersicurezza dal 1° gennaio al 20 ottobre . Si tratta di un numero superiore ai totali annuali del 2024 e del 2025. In generale, la crescita delle segnalazioni può riflettere sia l’intensificarsi delle minacce sia una maggiore capacità di individuare e documentare incidenti che in passato sarebbero rimasti inosservati o non dichiarati. Per le aziende, in ogni caso, rafforzare le difese informatiche comporterà degli investimenti importanti. La sfida per il Giappone sarà dunque quella rafforzare la cooperazione tra aziende e istituzioni. E, al contempo, migliorare la capacità di individuare le vulnerabilità e adeguare le difese alla velocità con cui evolvono le tecniche di attacco. Una necessità, come evidenziato, resa ancora più urgente dall’impiego dell’ AI . Seguici anche sul nostro canale WhatsApp Vai al sito di Cybersecurity Italia. L'articolo Giappone, in caso di attacchi cyber diverse aziende riconoscono un indennizzo agli utenti sembra essere il primo su CyberSecurity Italia .
cybersecitalia.itOct 28, 2026extracted
PHP2Shell: 67 indicatori, 35 esecuzioni di shell e il confine tra attacco e compromissione. L’analisi tecnica
Un’analisi indipendente ricostruisce l’evoluzione delle attività offensive associate a CVE-2026-109618 e CVE-2026-109619 . Tra tentativi pre-disclosure, infrastrutture di exploitation, malware Potassium e prove di esecuzione remota, la differenza essenziale è tra ciò che è stato osservato e ciò che è stato dimostrato. Di Agostino Pellegrino e Crescenzo Cuoppolo 27 ottobre 2026  ·  Cyber Threat Intelligence   ·  Vulnerability Research  ·  Detection Engineering Un’emergenza che richiede soprattutto accuratezza Il 21 ottobre 2026 il progetto PHP ha pubblicato aggiornamenti di sicurezza per due vulnerabilità critiche, identificate come CVE-2026-109618 e CVE-2026-109619 , collettivamente conosciute come PHP2Shell [1, 2]. Entrambe presentano un punteggio CVSS v4.0 pari a 9,2 e possono consentire, in determinate condizioni, l’esecuzione remota di codice senza autenticazione. Le vulnerabilità interessano il motore PHP, non una specifica applicazione, un plugin o un content management system. La natura delle debolezze rende particolarmente rilevante la superficie esposta attraverso applicazioni web, piattaforme CMS, servizi legacy e prodotti che incorporano un interprete PHP. La pubblicazione degli aggiornamenti ha coinciso con una rapida diffusione di proof of concept, scanner e tentativi di sfruttamento. Alcune attività erano state osservate persino prima della disclosure ufficiale [3]. Il problema non riguarda soltanto l’esistenza di vulnerabilità critiche o la disponibilità di strumenti per sfruttarle. La questione centrale è determinare quando un tentativo di exploitation possa essere considerato una compromissione effettiva. È da questo interrogativo che nasce il nostro rapporto indipendente di Cyber Threat Intelligence, dedicato alla raccolta, verifica e classificazione di indicatori tecnici associati a PHP2Shell. L’analisi, aggiornata al 27 ottobre 2026, consolida 67 osservabili , distinguendo evidenze di esecuzione, attività offensive documentate e informazioni contestuali utili alle indagini. Il risultato non è una lista di 67 sistemi compromessi, né un censimento di attacchi riusciti. È un insieme strutturato di elementi investigativi la cui interpretazione dipende dalla qualità delle evidenze disponibili. Le vulnerabilità: corruzione della memoria e stato globale non valido La prima vulnerabilità riguarda la gestione delle condizioni di esaurimento della memoria. PHP utilizza meccanismi di interruzione del flusso di esecuzione, tra cui longjmp(), per gestire determinati errori fatali. Quando l’esaurimento della memoria interrompe una fase in cui alcune strutture interne non sono state completamente inizializzate, la successiva procedura di cleanup può accedere a uno stato non valido. In condizioni sfruttabili, questa situazione può condurre a corruzione della memoria ed esecuzione di codice non autorizzato [1]. CVE-2026-109619: riferimenti persistenti a memoria già liberata La seconda vulnerabilità interessa la gestione di variabili e strutture globali che possono conservare riferimenti a memoria appartenente a richieste precedenti. Se lo stato globale non viene correttamente ripristinato, una richiesta successiva può accedere a regioni di memoria non più valide. Il problema può facilitare condizioni di accesso improprio alla memoria e, in scenari sfruttabili, esecuzione remota di codice [2]. Versioni interessate e correzioni Le release PHP corrette pubblicate il 21 ottobre sono: Le versioni precedenti alle rispettive release corrette risultano vulnerabili secondo gli advisory upstream. Le distribuzioni che utilizzano backport di sicurezza richiedono una verifica specifica del pacchetto installato. Per le versioni non più supportate dal progetto PHP occorre valutare gli aggiornamenti del distributore, eventuali servizi di supporto esteso oppure la migrazione. L’esposizione non è uniforme in tutte le architetture. Apache con mod_php rappresenta uno degli scenari di maggiore interesse, poiché sono stati dimostrati percorsi di sfruttamento che intervengono prima dell’esecuzione del codice applicativo. Altri modelli, tra cui PHP-FPM, PHP-CGI, FrankenPHP e LiteSpeed, richiedono una valutazione delle rispettive condizioni di sfruttabilità. La presenza di un runtime vulnerabile non dimostra che un sistema sia già stato attaccato o compromesso. La cronologia: dalle prime attività alla prova di esecuzione 17 ottobre 2026 — Attività precedente alla divulgazione Amazon Threat Intelligence individua attraverso la rete MadPot tentativi compatibili con PHP2Shell. L’attività precede di quattro giorni il rilascio pubblico delle correzioni. L’origine attraverso infrastrutture di anonimizzazione e la natura delle richieste indicano un’attività sospetta, senza consentire di stabilire come gli operatori avessero ottenuto le informazioni tecniche in anticipo [3]. 21 ottobre 2026 — Disclosure e aggiornamenti Il progetto PHP pubblica le release di sicurezza. Nelle ore precedenti e successive emergono strumenti di scansione, proof of concept e ulteriori tentativi osservati da fornitori di sicurezza e infrastrutture di monitoraggio [1, 2, 9]. 22 ottobre 2026 — Tentativi di distribuzione malware Sophos e Arctic Wolf descrivono attività offensive associate a payload riconducibili a Potassium, variante con caratteristiche derivate da Mirai. La presenza di payload e infrastrutture C2 non dimostra automaticamente l’installazione del malware sui sistemi bersaglio [5, 6]. 24 ottobre 2026 — Evidenza di esecuzione su honeypot Il ricercatore 0x4D31 pubblica un dataset che collega traffico HTTP, log Apache/PHP, PCAP e telemetria Tetragon. Vengono documentate 35 esecuzioni di /bin/sh su tre ambienti honeypot PHP intenzionalmente vulnerabili [4]. 25 ottobre 2026 — Rettifica dell’attribuzione Unit 42 ritira una precedente attribuzione che collegava un incidente presso un ente governativo europeo alle specifiche vulnerabilità PHP2Shell. L’incidente era osservato nel contesto di un’applicazione PHP vulnerabile, ma le evidenze non erano sufficienti per confermare che l’accesso iniziale fosse avvenuto attraverso le due CVE [11]. Anche Sophos aveva corretto il 22 ottobre una propria valutazione iniziale relativa a una compromissione presso un cliente, precisando che la telemetria disponibile documentava scansioni e tentativi falliti [5]. La solidità di un rapporto tecnico dipende anche dalla capacità di correggere le attribuzioni quando le evidenze non le sostengono. Le 35 shell: cosa dimostrano realmente gli honeypot Il rapporto tecnico pubblicato il 24 ottobre da 0x4D31 presenta una catena probatoria particolarmente interessante, basata su tre target PHP configurati come honeypot (T1, T2 e T3), con PHP 8.4.26, Apache mod_php e un limite di memoria PHP di 128 MiB [4]. La ricerca ha correlato 35 richieste HTTP della fase finale dell’ exploit con 35 eventi di avvio di /bin/sh, generati direttamente da processi Apache. Le esecuzioni sono documentate mediante packet capture e telemetria del sistema operativo. Il dataset include eventi di creazione dei processi, relazioni padre-figlio, richieste HTTP e informazioni temporali. In diversi casi i comandi eseguiti hanno invocato utility come id, PHP CLI e curl, producendo ulteriori elementi di conferma. Questo consente di superare la semplice osservazione di richieste anomale o di errori applicativi. Una richiesta HTTP sospetta non prova l’esecuzione remota di codice; un errore PHP di memoria esaurita non costituisce, da solo, prova di compromissione. Nemmeno un crash del worker Apache consente automaticamente tale conclusione. La presenza di una shell avviata dal processo web, temporalmente correlata alla richiesta di exploitation, costituisce invece un’evidenza endpoint molto più forte. Questi eventi riguardano sistemi honeypot deliberatamente vulnerabili, non ambienti produttivi di organizzazioni terze. I due indirizzi IP individuano due gruppi di traffico, non necessariamente due attori indipendenti. La somiglianza dei payload non basta ad attribuire un controllo comune. Il materiale è coerente con una catena di sfruttamento associata a CVE-2026-109618 . Non permette, da solo, di dimostrare lo sfruttamento di un percorso indipendente e specifico di CVE-2026-109619 . La sequenza tecnica osservata A1 — Memory pressure. Una richiesta HTTP multipart provoca una condizione di esaurimento della memoria nel processo PHP. B1 — Memory disclosure. Una seconda richiesta produce una risposta contenente dati anomali nel valore di sessione, utilizzabili per inferire informazioni sulla memoria del processo. A2 — Ulteriore memory pressure. Una successiva richiesta prepara lo stato necessario allo sfruttamento. B2 — Execution stage. Una richiesta finale, adattata alle informazioni raccolte, conduce all’avvio di una shell nei casi documentati. In alcune sequenze il worker Apache termina successivamente per segmentation fault. La combinazione tra disclosure della memoria e successivo adattamento del payload è significativa perché dimostra la possibilità di superare, in quelle specifiche condizioni sperimentali, ostacoli introdotti dalla randomizzazione dello spazio di indirizzamento. Le condizioni operative del test non autorizzano a generalizzare la stessa probabilità di successo a tutte le installazioni PHP [4]. Potassium: il malware collegato ai tentativi Parallelamente alla diffusione degli exploit, diversi ricercatori hanno osservato attività orientate alla distribuzione di malware. Un caso riguarda Potassium, famiglia con caratteristiche riconducibili all’ecosistema Mirai [5, 6]. I campioni analizzati presentano funzionalità di downloader, comunicazione con infrastrutture remote e capacità di condurre attacchi di interruzione del servizio. Tra gli indirizzi associati all’infrastruttura figurano 134.199.154.64 e 117.55.202.115. Ulteriori indicatori comprendono domini di staging e URL destinati al recupero di payload. L’interesse investigativo riguarda la possibile concatenazione tra accesso iniziale, esecuzione di codice, download di un componente secondario e successiva attività malevola. Nel caso documentato da Sophos, tuttavia, l’analisi successiva ha stabilito che il tentativo non aveva prodotto l’installazione del malware sul sistema cliente [5]. Gli hash pubblicati identificano campioni analizzati, non file necessariamente trovati su vittime compromesse. La disponibilità di un malware e l’osservazione di un tentativo di consegna non dimostrano il completamento della catena d’infezione. La nostra analisi CTI: 67 osservabili e tre livelli probatori Il consolidamento ha prodotto un dataset di 67 indicatori e artefatti tecnici, selezionati e contestualizzati attraverso fonti pubbliche. La classificazione non è costruita esclusivamente sulla reputazione dell’indirizzo, sull’origine dell’infrastruttura o sulla pericolosità presunta del contenuto: il criterio è la relazione documentabile tra l’osservabile e uno specifico evento. Livello A: evidenza diretta nell’ambiente osservato Comprende indirizzi sorgente associati alle 35 shell, un endpoint di callback, un boundary HTTP ricorrente e 16 digest dei corpi multipart della fase di esecuzione. Non rappresenta 20 compromissioni indipendenti. La classificazione descrive il collegamento dell’elemento a episodi di RCE documentati sui target di ricerca. Livello B: attività offensiva e infrastruttura Raccoglie IP di scansione, tentativi di exploitation, server associati a payload, domini e hash dei campioni Potassium. La presenza di questi indicatori in una rete richiede approfondimento, ma non certifica il successo dell’attacco. Livello C: contesto investigativo Include User-Agent, boundary multipart, marker di validazione, strumenti ospitati su server esposti e digest appartenenti a fasi preliminari dell’exploit. Sono elementi utili per riconoscere pattern di attività o collegare eventi, ma alcuni sono aspecifici e producono falsi positivi se interpretati isolatamente. La confidenza elevata attribuita alla pubblicazione di un osservabile indica che la fonte ne documenta l’esistenza; non significa che qualsiasi corrispondenza rappresenti un incidente . Dall’indicatore alla detection: il ruolo del SOC Una delle principali criticità operative è la tendenza a trasformare automaticamente gli indicatori CTI in regole di blocco. Un IP associato a una scansione può appartenere a un’infrastruttura condivisa, a un provider di hosting o a una rete di anonimizzazione. Una corrispondenza su un User-Agent può rappresentare una scansione autorizzata oppure una stringa imitabile. Un digest di payload HTTP può identificare una richiesta già osservata senza dimostrare che il comando associato sia stato eseguito. Il rapporto propone un approccio di detection engineering basato sulla correlazione tra rete, applicazione ed endpoint . Hunting sui log PHP Tra i segnali tecnici figura la combinazione tra errore fatale PHP, esaurimento della memoria e stringa Unknown on line 0. Un esempio preliminare KQL per Elastic Security, da adattare ai dataset disponibili, è: message: “PHP Fatal error” and message: “Allowed memory size” and message: “Unknown on line 0” Elastic ha pubblicato una regola denominata Potential PHP2Shell Exploitation Attempt, orientata al riconoscimento del caratteristico errore OOM. La regola identifica possibili tentativi, non costituisce una prova autonoma di esecuzione remota [10]. Hunting comportamentale su Linux La telemetria di processo può rilevare l’avvio di shell, interpreti o utility di rete da parte dei processi web. Esempio EQL: process where host.os.type == “linux” and   event.type == “start” and   process.parent.name : (“apache2″,”httpd”,”php-fpm*”,     “php”,”php-cgi”,”nginx”,”lsphp*”) and   process.name : (“sh”,”bash”,”dash”,”curl”,”wget”,     “python*”,”perl”,”nc”,”socat”) La logica ricerca comportamenti compatibili con attività post-exploitation e non è limitata a PHP2Shell. Hunting comportamentale su Windows Su Windows l’attenzione deve concentrarsi sulle relazioni tra i processi web e gli interpreti di comando o le utility utilizzabili per attività successive all’accesso iniziale. Esempio EQL: process where host.os.type == “windows” and   event.type == “start” and   process.parent.name : (“w3wp.exe”,”php.exe”,     “php-cgi.exe”,”httpd.exe”,”nginx.exe”) and   process.name : (“cmd.exe”,”powershell.exe”,”pwsh.exe”,     “certutil.exe”,”bitsadmin.exe”,”curl.exe”,”mshta.exe”) Entrambe le ricerche richiedono copertura EDR, normalizzazione ECS e validazione sui comportamenti legittimi dell’organizzazione. Il valore della correlazione Una sequenza investigativa di particolare interesse comprende: Richiesta HTTP multipart sospetta. Errore di memoria PHP durante l’inizializzazione della richiesta. Eventuale disclosure di dati di sessione o crash del worker. Creazione inattesa di una shell da parte del processo web. Esecuzione di comandi di ricognizione o utility di rete. Connessioni outbound e modifiche del filesystem. Maggiore è il numero di evidenze indipendenti temporalmente coerenti, più solida diventa la valutazione. Gli access log standard non contengono necessariamente gli header completi o i corpi multipart necessari a identificare i fingerprint descritti. Occorre verificare quali informazioni siano realmente disponibili tramite WAF, CDN, reverse proxy, log applicativi e sensori di rete. Il runbook proposto per SOC e CSIRT 1. Identificazione dell’esposizione. Inventariare runtime PHP, versioni, configurazioni web server, prodotti embedded e backport. Dare priorità agli asset Internet-facing. 2. Preservazione delle evidenze. Per eventi sospetti conservare log HTTP, PHP error, EDR, eventi processo, connessioni rete, file ed eventuali evidenze volatili. 3. Correlazione temporale. Ricostruire richieste, risposte, PID dei worker e processi figli. Verificare il client IP reale attraverso i proxy attendibili. 4. Classificazione dell’evento. Separare scansione, tentativo, possibile memory disclosure, RCE verificata e successivo impatto. 5. Remediation. Installare le versioni corrette o gli aggiornamenti con backport verificato. Impiegare WAF come controllo aggiuntivo, non sostitutivo delle patch. 6. Revalidazione. Verificare aggiornamenti, copertura dei sensori ed eseguire retro-hunt a partire almeno dal 17 ottobre 2026. Gli indicatori A meritano hunting prioritario, senza escalation automatica in assenza di riscontri locali. Gli osservabili B richiedono enrichment e correlazione, con blocchi selettivi previa valutazione del rischio. Gli elementi C costituiscono soprattutto supporto investigativo e per le ricerche retrospettive. Le infrastrutture complesse e il problema del patching La diffusione di PHP in applicazioni web, piattaforme legacy e prodotti embedded rende la gestione di PHP2Shell un problema trasversale. Non è sufficiente interrogare la versione del linguaggio installata sui server più visibili. Occorre considerare componenti applicative non censite, istanze secondarie, ambienti di test raggiungibili dall’esterno, dipendenze di terze parti e runtime distribuiti insieme ad altri prodotti. In ambienti complessi, tra cui organizzazioni pubbliche e infrastrutture con numerosi fornitori, il problema principale può essere la conoscenza incompleta della superficie applicativa. Il rischio è aggravato dalla differenza tra disponibilità della patch e applicazione effettiva. Le evidenze precedenti al 21 ottobre mostrano anche che la finestra investigativa non deve iniziare necessariamente dalla disclosure ufficiale: occorre includere eventi antecedenti quando esistono indicatori attendibili di tentativi osservati durante il periodo di embargo. Conclusioni: la CTI deve produrre evidenza, non soltanto allarmi PHP2Shell rappresenta un caso significativo non soltanto per la gravità delle vulnerabilità, ma per la rapidità con cui la comunità ha prodotto osservazioni, strumenti e valutazioni differenti. I tentativi offensivi sono documentati anche prima della divulgazione. Esistono infrastrutture e campioni malware collegati alle attività osservate. La ricerca su honeypot ha dimostrato esecuzioni remote di codice in specifiche condizioni sperimentali. Non è invece corretto trasformare queste evidenze in una dichiarazione generalizzata di compromissioni produttive attribuite alle due vulnerabilità. Le rettifiche dei ricercatori devono essere incorporate nelle analisi successive, evitando che informazioni superate continuino a circolare come fatti accertati. Il nostro dossier CTI nasce da questa impostazione: ogni osservabile deve essere accompagnato da contesto, provenienza e livello probatorio. Per un SOC , un CSIRT o un team di Incident Response, il valore dell’intelligence non coincide con il numero di IOC raccolti. Coincide con la capacità di utilizzarli per formulare ipotesi verificabili, individuare anomalie significative e ricostruire, quando possibile, una catena di evidenza. È questa la differenza tra identificare un tentativo di attacco e dimostrare una compromissione. Appendice tecnica — Dataset CTI PHP2Shell Snapshot del 27 ottobre 2026. Gli indicatori sono destinati ad attività di hunting, enrichment e correlazione; non rappresentano una blocklist da distribuire indiscriminatamente. Le classificazioni A/B/C si riferiscono agli eventi documentati, non a proprietà permanenti dell’indicatore. A. Indirizzi IPv4 B. Domini, URL ed endpoint Non visitare o eseguire gli URL da dispositivi di lavoro. Infrastrutture e indirizzi potrebbero essere stati modificati o riassegnati dopo il periodo osservato. C. Hash malware Potassium SHA-256 · Campione 1 0c5486f06620e26e316f4b33f318b0d646d5e1133789331aa2fed012360d1486 MD5 · Stesso campione b61a098fc62a2c2696e196dca78da71a SHA-1 · Stesso campione c472dab4ff7c16782a8037f988d4daa6d4bdb343 SHA-256 · Campione 2 e2529d4afa39ae4db2eb05d5176317c906289abf09660c75bdeec43e54c55aa3 I primi tre hash si riferiscono allo stesso campione. Gli hash di file sono indicatori di malware analizzato, non prova di installazione su un host produttivo. Tutti sono di livello B. D. Fingerprint HTTP e indicatori contestuali Il boundary CCCCCCCCCC è presente nel traffico che ha prodotto RCE sugli honeypot, ma è generico e, isolatamente, comporta alto rischio di falsi positivi. Header, marker e valori multipart possono non essere acquisiti dai normali access log. E. Digest SHA-256 dei corpi HTTP multipart I 19 SHA-256 che seguono riguardano corpi HTTP multipart decodificati e NON file malware. Il confronto richiede PCAP o telemetria WAF/reverse proxy con body completo e normalizzazione coerente con quella del rapporto originale [4]. Tre digest preliminari — livello C A1 · Memory pressure 8e8fc166e6b326d20bb7611d8ef3cee3bd5da46447985312c1492ab0a44d1eb6 B1 · Memory disclosure b6c547e0e9a2bb26607df1521de96f4d5c9adf4621c28b7ab491587b21ae40f2 A2 · Memory pressure 7af66c8f35c5fa6b47a539da6dca361d19543d9f62d61e4af891c2802bd5e236 Sedici digest della fase B2 — livello A 01   e538361aa02f01bb9e00f53d2107eb1369f778203033e08506496a767c0e4abc 02   aab24fa5ec0df76f731c1ea4bac9fd36aa350eef9a42c33315e485178e1e5892 03   b8a67dc5173272afd95cd603b2bd7b49bb6e0900af53237096b8caf9fd48ca97 04   567659d699213c360e4598c257c40260cf0d7b1377e4a25851ca3f59a427899c 05   a744539cce8295ac07ca70fd5eab9601ef79fb62f142749373d855033fb101e0 06   675647c9919681e3f6a58c54be30a22942b523e036ee53f0e4fdccf22a506408 07   d2d86024e947cbdcecb725e3dae4930579b28f23bff80eedaad6b3f11544bcff 08   dcb4e2b4f6879827222d0bb5efa14dc838357251880302401bc8702bb3085370 09   b8e69e39c49c986a6edae77f08b11be1ab1675d4fda6c05dcf0628149eefbd06 10   c1263f68fcb9565dc3b162481574ed6f64ad11436e654751a9da4644352bbcee 11   c61540651b07f744fa9d43ff326daa7a81c51f90ffdd05b28d1b552ade5320a4 12   c1fc4df4a886aff090471f27a40c29358444b3668257e1b2074577477ba2e36c 13   ff73391d30efd875a28c65178a59cacf6b933f911ae51654b2ffb4d4d3fe850a 14   23b0d9cb7dce28dbeb9749d2664eacd64474f7a4fab3c152747603c33214e58a 15   77afd5bf9c28069616b514a2955dbf52dc62e3b5c5c04c1e86c7a3c3fc5a5156 16   e5a9ca54352814eaefc2051013aa424d4e6fd780a2c0d1085fdd35eac392e5c4 Una corrispondenza su questi digest non certifica da sola l’esito RCE. Non convertirli in hash IOC file-based per EDR. F. Indicatori esclusi dal consolidamento Sono stati esclusi dieci elementi o categorie di elementi non sufficientemente specifici, non verificati indipendentemente oppure oggetto di rettifica. Tra questi figurano boundary sperimentali, indirizzi probabilmente riconducibili a scanner di ricerca, fingerprint confondibili con la distinta vulnerabilità WordPress WP2Shell e indicatori dell’incidente europeo per cui Unit 42 ha ritirato l’attribuzione. L’esclusione è parte integrante del metodo analitico: la presenza di un valore in una regola sperimentale o in una directory non basta a qualificarlo come IOC accertato. Bibliografia e fonti tecniche Riferimenti tecnici pubblici richiamati nell’articolo. Data di consultazione del dossier: 27 ottobre 2026. I collegamenti sono cliccabili; le date delle singole pubblicazioni sono riportate quando note. [1] PHP Development Team. (2026, 21 ottobre). RCE via OOM corruption (GHSA-w8hw-w9fx-j79w). GitHub Security Advisory. https://github.com/php/php-src/security/advisories/GHSA-w8hw-w9fx-j79w [2] PHP Development Team. (2026, 21 ottobre). RCE via stale global state (GHSA-6wmf-4rv5-p3rp). GitHub Security Advisory. https://github.com/php/php-src/security/advisories/GHSA-6wmf-4rv5-p3rp [3] Amazon Threat Intelligence. (2026, 21 ottobre). Amazon Threat Intelligence identifies PHP2Shell exploitation prior to public disclosure in MadPot. AWS Security Blog. https://aws.amazon.com/blogs/security/amazon-threat-intelligence-identifies-php2shell-exploitation-prior-to-public-disclosure-in-madpot/ [4] 0x4D31. (2026, 24 ottobre). PHP2Shell exploitation observed: Packet-to-process RCE evidence. GitHub. https://github.com/0x4D31/honeypot-data/blob/main/reports/php2shell/2026-10-24-confirmed-rce.md [5] Sophos. (2026, ottobre). Proof-of-concept exploit released for PHP vulnerabilities ( CVE-2026-109618 , CVE-2026-109619 ). https://www.sophos.com/en-us/blog/proof-of-concept-exploit-released-for-php-vulnerabilities-109618-109619 [6] Arctic Wolf Labs. (2026, 22 ottobre). PHP2Shell: Critical PHP vulnerabilities enable unauthenticated remote code execution . https://arcticwolf.com/resources/blog/php2shell-critical-php-vulnerabilities-enable-unauthenticated-remote-code-execution/ [7] SOCRadar Threat Intelligence Unit. (2026, ottobre). PHP2Shell exploit tooling found on exposed attacker server. https://socradar.io/blog/php2shell-exploit-tooling-attacker-server/ [8] Hunt.io. (2026, 22 ottobre). Hunting leaked PHP2Shell RCE across open directories. https://hunt.io/blog/php2shell- CVE-2026-109618 -109619-open-directories [9] Fastly. (2026, ottobre). PHP2Shell: Finding the needles in a 250,000 request haystack. https://www.fastly.com/blog/how-fastly-detected-and-built-a-coordinated-response-to-php2shell [10] Elastic. (2026). Potential PHP2Shell exploitation attempt. Elastic Security. https://www.elastic.co/guide/en/security/8.19/prebuilt-rule-8-19-36-potential-php2shell-exploitation-attempt.html [11] Palo Alto Networks, Unit 42. (2026, aggiornamento 25 ottobre). Threat brief: Critical vulnerabilities in PHP— CVE-2026-109618 , CVE-2026-109619 . https://unit42.paloaltonetworks.com/ CVE-2026-109618 - CVE-2026-109619 / [12] Amazon Web Services. (2026, 21 ottobre). Using AWS WAF to apply mitigations for PHP2Shell RCE vulnerabilities. AWS Security Blog. https://aws.amazon.com/blogs/security/using-aws-waf-to-apply-mitigations-for-php2shell-rce-vulnerabilities- CVE-2026-109618 -and- CVE-2026-109619 / [13] PHP Development Team. (2026). PHP release archive. https://www.php.net/archive/2026.php [14] CISA . (2026). Experimental SIGMA rule for PHP2Shell. GitHub. https://github.com/cisagov/SIGMA_Rules/blob/develop/CISA_SIGMA_261429_CVE_2026_109618-109619_PHP2Shell_TLP_CLEAR.yaml Nota metodologica Il presente articolo è una sintesi analitica indipendente basata su correlazione e classificazione di evidenze tecniche pubbliche. Non rappresenta un advisory ufficiale, non implica accesso diretto ai sistemi delle organizzazioni citate e non certifica compromissioni produttive in assenza di evidenze specifiche. Gli osservabili devono essere interpretati nel contesto temporale e tecnologico delle rispettive fonti. Il rapporto CTI originario e il dataset strutturato rimangono le fonti canoniche delle classificazioni. Autori: Agostino Pellegrino e Crescenzo Cuoppolo. Rapporto di riferimento: PHP2Shell — Dalla telemetria alla prova. IOC, catena di evidenza e detection engineering. Edizione indipendente del 27 ottobre 2026. L'articolo PHP2Shell: 67 indicatori, 35 esecuzioni di shell e il confine tra attacco e compromissione. L’analisi tecnica proviene da Red Hot Cyber .
redhotcyber.comOct 28, 2026extracted
Volevi occhiali intelligenti, ti sei ritrovato una spia sul naso
Alcuni utenti di occhiali intelligenti Ray-Ban Meta hanno riferito che i dispositivi registravano conversazioni a loro insaputa , anche quando non pronunciavano il comando di attivazione “Ehi, Meta”. Meta ha detto che il bug è stato corretto. Tuttavia, le circostanze in cui si è verificato e la portata del problema rimangono sconosciute. Questa settimana, gli utenti hanno iniziato a discutere di casi di registrazione audio involontaria su Internet. Uno di loro, registrato su Reddit con il nome utente Kindly-Audience-137, afferma di aver riscontrato il problema su tre diversi dispositivi Ray-Ban Meta . Secondo lui, l’impostazione “Rispondi senza Hey Meta” era disabilitata. L’utente ha inoltre riferito che l’applicazione Meta AI salvava registrazioni audio e trascrizioni di testo delle conversazioni nella cronologia delle interazioni. Ha chiesto un’indagine tecnica, sottolineando che i proprietari dei dispositivi non dovrebbero mettere in discussione la privacy delle loro conversazioni quando non hanno deliberatamente attivato l’assistente vocale. Android Authority ha riferito di tali discussioni martedì. Meta ha commentato più tardi quel giorno: “Questo problema è stato risolto. Gli utenti possono gestire, visualizzare ed eliminare le registrazioni delle interazioni vocali con Meta AI in qualsiasi momento attraverso le impostazioni.” L’azienda non ha rivelato il motivo tecnico del fallimento. Un utente Reddit ha suggerito che il problema si sia verificato dopo un recente aggiornamento del firmware , ma Meta non ha confermato questa versione. Anche il numero dei dispositivi interessati non è noto. Android Authority ha riferito di non essere stata in grado di riprodurre in modo indipendente l’errore prima che la società annunciasse che era stato risolto. Ars Technica ha inviato a Meta ulteriori domande sulle cause dell’incidente, sul numero di dispositivi interessati e sulle misure che dovrebbero evitare che situazioni simili si ripetano. La privacy degli occhiali intelligenti Meta solleva interrogativi anche senza tenere conto dell’ultimo incidente . A differenza degli smartphone e delle fotocamere tradizionali, tali dispositivi consentono di registrare ciò che accade quasi inosservato agli altri. Meta indica che durante la registrazione dell’audio o del video, una spia sugli occhiali si accenderà. Tuttavia, una registrazione involontaria mostra che anche i meccanismi forniti dal produttore non garantiscono l’assenza di tali situazioni. Ulteriori preoccupazioni sono state causate da materiale giornalistico sul lavoro della società keniota Sama, che si occupa di data tagging . Più di 30 dipendenti hanno raccontato ai giornalisti di aver guardato video girati dai proprietari di Ray-Ban Meta. Tra questi, secondo i lavoratori, c’erano registrazioni di situazioni private, compresi momenti intimi di vita domestica . Le rivelazioni hanno sollevato dubbi su come vengono elaborati i dati degli utenti e su quali materiali possono essere esaminati dai dipendenti. La pubblicazione ha portato a un’azione legale collettiva negli Stati Uniti e a un’indagine da parte del procuratore generale del Texas Ken Paxton. Ad agosto, Meta ha cambiato il funzionamento degli occhiali in modo che non registrino video se l’indicatore luminoso è coperto. L’ultimo incidente evidenzia un problema più ampio: possono verificarsi violazioni della privacy. non solo a causa di azioni intenzionali dell’utente, ma anche a causa di errori tecnici. Sebbene Meta non abbia fornito una spiegazione dettagliata delle ragioni del fallimento e della sua portata , rimangono aperte le domande sull’affidabilità della protezione delle conversazioni personali. L'articolo Volevi occhiali intelligenti, ti sei ritrovato una spia sul naso proviene da Red Hot Cyber .
redhotcyber.comOct 28, 2026extracted
PHP2Shell è ora sfruttato in attacchi reali: ora inizia la vera caccia!
I ricercatori hanno confermato lo sfruttamento riuscito di due vulnerabilità critiche PHP2Shell, che permettono di eseguire comandi remoti sui server vulnerabili senza autorizzazione preliminare. In precedenza, gli esperti avevano registrato tentativi di attacco, ma non erano riusciti a confermare che i malintenzionati fossero riusciti a far eseguire codice dannoso. La conferma è arrivata da Adeel Karimi, responsabile del settore di rilevamento delle minacce e risposta agli incidenti in Perplexity . Le sue honeypot hanno registrato un attacco riuscito su un sistema con Apache mod_php e PHP 8.4.26. Durante l’attacco, il malintenzionato ha ottenuto circa 800 KiB (kibibyte) di dati dalla memoria del processo, per poi utilizzare l’indirizzo della funzione estratto per preparare la fase successiva dell’attacco. Dopo l’invio dell’ultimo byte della richiesta corrispondente, il server ha eseguito il comando della shell in circa 1,6 ms. I risultati sono stati confermati anche dal ricercatore della società Expel Marcus Hutchins , che monitorava i messaggi relativi allo sfruttamento riuscito di PHP2Shell . Le vulnerabilità CVE-2026-109618 e CVE-2026-109619 , riunite sotto il nome PHP2Shell, sono state corrette dal team di sviluppo di PHP il 21 ottobre. Prima della pubblicazione degli aggiornamenti, le informazioni sulle vulnerabilità e alcuni exploit dimostrativi sono apparsi in pubblico, ma gli sviluppatori affermavano che le varianti pubblicate non funzionavano. Le aziende Cloudflare, Hadrian, watchTowr, Previdian e Patchstack hanno segnalato anche tentativi di attacco che, in quel momento, non portavano a uno sfruttamento riuscito. Gli esperti di Amazon Threat Intelligence hanno rilevato i primi tentativi di attacco già il 17 ottobre, quattro giorni prima della pubblicazione delle correzioni. PHP è utilizzato in circa il 70% dei siti web su Internet. Secondo le stime di VirusTotal , sono presenti in pubblico più di 5,1 milioni di host con PHP, di cui circa 3,8 milioni hanno almeno una porta accessibile per potenziali attacchi . Pertanto, al momento, lo sfruttamento riuscito di PHP2Shell rappresenta una minaccia per un numero significativo di server che utilizzano questa tecnologia. L'articolo PHP2Shell è ora sfruttato in attacchi reali: ora inizia la vera caccia! proviene da Red Hot Cyber .
redhotcyber.comOct 28, 2026extracted
AI e cybersecurity: il nuovo perimetro della sicurezza passa da identità, dati e agenti
L’AI generativa e gli agenti autonomi stanno entrando in imprese e PA più velocemente delle regole che dovrebbero governarli. Il rischio non riguarda solo i modelli, ma soprattutto chi può accedere ai sistemi, con quali permessi, quali dati può utilizzare e quanto rapidamente un’organizzazione è in grado di reagire e ripartire dopo un incidente. Nel dibattito sull’utilizzo e le potenzialità dell’Intelligenza artificiale, è utile inserire un elemento ulteriore: la sua capacità di spostare il perimetro della sicurezza su identità e dati. AI generativa e agenti autonomi entrano in imprese e PA più velocemente delle regole per governarli, e dunque le organizzazioni devono essere pronte per risolvere problemi non ancora regolamentati ma evidenti. Immaginiamo tre scene da un martedì qualunque. Un commerciale deve chiudere una gara e copia prezzi, margini e condizioni del cliente in un chatbot pubblico, usando il proprio account. Il risultato è buono, ma quei dati finiscono su un servizio che l’azienda non ha mai valutato, attraverso un’identità che non controlla. L’AI allarga il perimetro della sicurezza Nello stesso momento, l’IT mette in produzione un agente AI che legge le richieste dei clienti, interroga il CRM e aggiorna gli ordini via API. Funziona, e nessuno si chiede con quali credenziali operi: spesso è un account tecnico creato in fretta, con privilegi elevati e una chiave mai cambiata. Basta una mail costruita ad arte, con istruzioni nascoste nel testo perché l’agente esegua un’azione non autorizzata. Qualche giorno dopo, un ransomware cifra i server e anche i backup raggiungibili dalla rete. La mattina dopo, l’azienda scopre che i sistemi sono bloccati e deve capire quanto tempo servirà per ripristinarli e quanti dati potrà recuperare. Le scene sono inventate, i numeri no. Secondo IBM , il 20% delle organizzazioni colpite ha attribuito la violazione a strumenti di AI usati senza autorizzazione, con un costo aggiuntivo medio di 670.000 dollari. Il 63% non aveva una policy di governo dell’AI e, tra chi aveva subito incidenti su modelli o applicazioni AI, il 97% non disponeva di controlli di accesso adeguati. In Italia il quadro non è più rassicurante: il Rapporto Clusit 2026 conta 507 incidenti gravi nel 2025, il 42% in più rispetto al 2024. Proteggere questo nuovo perimetro richiede di integrare governance dell’AI, gestione degli accessi, sicurezza dei dati, monitoraggio e capacità di ripristino. Identità non umane: chi controlla chi agisce? La domanda che conta è: chi controlla chi agisce? Le tre scene hanno una radice comune: dietro ogni azione c’è un’identità e in mezzo c’è sempre un dato. Oggi però molte identità non sono persone, ma account di servizio, chiavi API, token e certificati con cui software, servizi e agenti AI accedono ai sistemi. Secondo CyberArk , nel 2025 erano già oltre 80 volte più numerose delle identità umane, mentre con l’AI agentica il fenomeno è destinato ad accelerare: Gartner prevede che entro il 2028 un terzo delle applicazioni aziendali includerà funzionalità agentiche. Un dipendente viene assunto, autorizzato e poi disattivato quando se ne va; un agente AI spesso salta questi passaggi: può non avere un responsabile chiaro, accumulare permessi, non scadere mai né essere sottoposto a revisioni. Per questo il perimetro della sicurezza non coincide più con la rete, ma con chi può fare cosa, su quali dati e con quale capacità di dimostrarlo. Eppure in molte organizzazioni identità, dati, backup e monitoraggio restano gestiti separatamente, lasciando scoperto il quadro d’insieme. A questo si aggiunge la normativa. Il D.Lgs. 138/2024, che recepisce la NIS2, attribuisce agli organi di amministrazione e direzione la responsabilità delle misure di gestione del rischio, dal controllo degli accessi ai backup e alla continuità operativa. L’AI Act e la legge italiana sull’intelligenza artificiale aggiungono obblighi di governo e trasparenza. La sicurezza dell’AI  non è più solo un tema tecnico, ma una responsabilità del vertice. L’ideale sarebbe poter contare su modello integrato in quattro pilastri Governare l’AI: prima vedere, poi decidere Non si governa ciò che non si vede. Il primo passo è mappare l’uso reale dell’AI, con una classificazione dei casi d’uso per rischio, in linea con l’AI Act. Vietare senza offrire alternative spinge semplicemente il problema più in profondità. Identità e accessi: ogni agente è un utente Ogni identità non umana va censita e deve avere un responsabile, uno scopo e una scadenza. Vale il principio del least privilege: solo i permessi necessari, per il tempo necessario, con la possibilità di bloccare rapidamente un agente che si comporta in modo anomalo. Dati e connessioni: proteggere ciò che l’AI tocca L’AI ha valore perché accede ai dati, e per questo rappresenta un rischio. Servono classificazione delle informazioni, controlli sui dati sensibili, cifratura e protezione delle API, delle integrazioni e dei connettori usati dagli agenti. I compiti e gli accessi vanno filtrati secondo il principio zero trust: nessuna fiducia implicita. Vedere, rispondere, ripartire Ogni azione deve lasciare una traccia leggibile. Quando la prevenzione fallisce, conta la resilienza: backup immutabili e isolati, procedure di ripristino testate e obiettivi chiari su tempi di fermo (RTO) e perdita di dati (RPO). Dalla prevenzione alla resilienza operativa Le tecnologie esistono e sono mature; la difficoltà è integrarle e mantenerle efficaci mentre organizzazioni e agenti cambiano. È su questo che lavora la BU Cyber Security di Sielte , al fianco di imprese e PA: si parte da un assessment sull’uso dell’AI e sui rischi connessi, che definisce priorità e roadmap, per arrivare a una progettazione integrata di identità, dati, rete, applicazioni e continuità operativa. Sielte integra le soluzioni dei propri partner e, attraverso il GLOC, che riunisce SOC e NOC, assicura monitoraggio continuo, risposta coordinata agli incidenti e test di ripristino, con un unico interlocutore dall’architettura all’esercizio. L’AI fa risparmiare tempo e nessuno vuole rinunciarci. Ma lo stesso agente che oggi sbriga una pratica in un minuto, domani può aprire una porta che nessuno sapeva di avere. A fare la differenza non sarà chi adotta più AI, ma chi sa quali strumenti usa, chi vi accede, cosa possono fare e quanto in fretta può ripartire dopo un incidente. Il test è semplice: sappiamo davvero quali AI e agenti operano nei nostri sistemi, con quali permessi e lasciando quali tracce? E quanto ci metteremmo a ripristinare un servizio critico? Se per rispondere servono più di pochi secondi, è da lì che conviene partire. Perché il prossimo martedì qualunque potrebbe essere già cominciato. Vai al sito di Cybersecurity Italia. L'articolo AI e cybersecurity: il nuovo perimetro della sicurezza passa da identità, dati e agenti sembra essere il primo su CyberSecurity Italia .
cybersecitalia.itOct 27, 2026extracted
Agenti AI di Cathedral bucano i server di Anthropic in meno di 12 ore
Grazie all’accesso, che ha sfruttato software di terze parti impiegate da Anthropic, è stato possibile individuare diverse vulnerabilità nei sistemi aziendali. Meno di 12 ore, tanto c’è voluto affinché gli agenti AI della startup Cathedral – fondata da ex membri del DOGE – violassero i sistemi informatici di Anthropic . Lo riporta il Washington Post , secondo il quale gli analisti avrebbero sfruttato “ le vulnerabilità sistemiche di software aziendali di terze parti utilizzati da Anthropic per attività amministrative, commerciali e di gestione interna “. Successivamente hanno poi ottenuto l’accesso a diverse informazioni sensibili , su stipendi, offerte di lavoro, riunioni interne e modelli di intelligenza artificiale. L’azienda dell’Amministratore delegato Dario Amodei ha confermato l’accesso non autorizzato “ a una parte limitata dei propri sistemi ” e ha spiegato di aver corretto le falle. “ Un accesso limitato ” che preoccupa Negli ultimi mesi i modelli AI di Anthropic, come Claude , sono spesso stati al centro del dibattito sui rischi per la cybersicurezza. Per questo, la stessa azienda ha promosso un programma di test che consiste nell’invitare esperti esterni – come Cathedral – a individuare vulnerabilità nei propri sistemi e a segnalarle all’azienda. Nel caso specifico, Anthropic ha per certamente confermato l’accaduto ufficialmente. E in questo, ha precisato che gli analisti di Cathedral hanno avuto accesso a “ un insieme limitato ” di sistemi commerciali, delle risorse umane e informatici. Gli stessi software coinvolti sono stati disattivati e riattivati soltanto dopo che i rispettivi fornitori hanno confermato di aver risolto le vulnerabilità. Tuttavia, la possibilità di raggiungere informazioni riservate in una delle società più importanti del settore ha riacceso le preoccupazioni sulla sicurezza delle infrastrutture tecnologiche americane. Il timore, sottolinea sempre il Washington Post , “ è che se vulnerabilità di questo tipo possono essere individuate da una startup appena nata, anche gruppi criminali organizzati o servizi di intelligence stranieri possano tentare operazioni analoghe “. I timori per la Sicurezza Nazionale Usa Insieme all’emergere, reiterato, della vulnerabilità delle terze parti, l’episodio assume particolare rilevanza per i timori degli Usa. Crescono infatti le preoccupazioni di Washington per la protezione delle tecnologie avanzate di intelligenza artificiale . Il Governo statunitense considera infatti questi sistemi una risorsa strategica. Sia per la competitività economica, che per la Sicurezza Nazionale. E lo dimostra il fatto che sarebbero già tre agenzie federali ad aver recentemente stipulato contratti con Cathedral per attività di cybersicurezza. Al contempo, l’Amministrazione Trump avrebbe inoltre cominciato una collaborazione con la stressa società “ per simulare scenari di attacco e valutare possibili minacce legate all’AI “. Un test esterno , dunque, può essere un riferimento valido anche a livello nazionale. Seguici anche sul nostro canale WhatsApp Vai al sito di Cybersecurity Italia. L'articolo Agenti AI di Cathedral bucano i server di Anthropic in meno di 12 ore sembra essere il primo su CyberSecurity Italia .
cybersecitalia.itOct 27, 2026extracted
Criptovalute e riciclaggio: le sfide delle autorità contro il crimine digitale
Le cripto valute, come noto, rappresentano lo strumento più usato per nascondere l’origine dei guadagni ottenuti mediante la vendita di informazioni riservate o frutto di attività illegali. Se da un lato la giurisprudenza ha confermato a più riprese che le monete virtuali, pur non avendo corso legale come le valute tradizionali, rientrano a pieno titolo nella nozione di utilità aventi valore economico e patrimoniale, dall’altro si è affermato che l’acquisto di valute virtuali effettuato impiegando i proventi di un reato integra in modo autonomo il delitto di autoriciclaggio. Si tratta di interpretazioni che trovano fondamento nel fatto che le criptovalute sono beni autonomi e la loro conversione altera la natura della somma originaria spezzando la tracciabilità documentale. Si aggiunga che la struttura crittografica e decentralizzata dei registri distribuiti, unita all’uso di portafogli digitali privati, conferisce la capacità intrinseca di ostacolare l’identificazione dell’origine illecita del denaro. Perché vi sia il reato la norma richiede che il riutilizzo dei beni avvenga in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa. In altre parole non è necessario un impedimento assoluto alle indagini, ma la creazione di un ostacolo effettivo al lavoro delle autorità. Su questo punto i giudici hanno chiarito che l’acquisto di criptovalute rappresenta un’operazione finanziaria che reinserisce il guadagno illecito nel circuito economico. Tale principio viene applicato anche quando i versamenti o i bonifici su conti propri si mescolano,,rendendo indistinguibile il denaro sporco dal resto. Nel Diritto penale vi è una netta distinzione di responsabilità in base al ruolo rivestito. Se prendiamo l’autore del reato presupposto, che provvede direttamente a convertire il denaro in cripto valute, questi risponde di autoriciclaggio. Chi non ha partecipato al delitto iniziale ma riceve le somme e le converte in monete virtuali subisce la contestazione per riciclaggio. Da quanto emerge dalle inchieste svolte negli ultimi anni dalla Direzione Investigativa Antimafia le organizzazioni criminali si sono adeguate tempestivamente alle risorse messe a disposizione dal progresso tecnologico, modificando sensibilmente i propri metodi di azione. Tra le varie novità si registra anche, accanto alla liquidità derivante dai traffici illeciti classici, l’acquisizione di informazioni riservate ottenute mediante la penetrazione in database pubblici. Gli accessi abusivi in taluni casi vengono sfruttati dalle organizzazioni criminali per scoprire in anticipo l’esistenza di indagini a carico dei propri affiliati, controllare lo stato di sequestri e confische, oppure mappare i beni di soggetti da sottoporre ad estorsione. Le piattaforme coperte, la messaggistica cifrata e le reti decentralizzate sono, quindi, sovente utilizzate sia per il pagamento di queste informazioni riservate, sia per il lavaggio del denaro di provenienza illegale. Per rendere difficile la ricostruzione dei flussi da parte degli investigatori, le somme vengono frazionate in numerose micro-operazioni inviate verso portafogli digitali privati o processate mediante servizi di miscelazione dei dati contabili. L’’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia ha avvertito le banche e gli operatori finanziari che devono prestare particolare attenzione ad alcuni comportamenti sospetti legati alle cripto valute. Innanzitutto quando il cliente chiede di effettuare transazioni in valuta virtuale a fronte di patrimoni o redditi del tutto incoerenti con l’attività svolta oppure se si riscontra reticenza nel fornire dettagli sull’origine dei fondi. Indizio di attività illecita è rappresentato anche da frequenti conversioni da moneta legale a moneta virtuale, da passaggi finanziari che coinvolgono paesi che non collaborano sulle normative antiriciclaggio, da un impiego sistematico di strumenti per mascherare l’indirizzo informatico di provenienza. Come già evidenziato in precedenti contribuiti, ma è sempre il caso di ribadirlo,l’infiltrazione e l’accesso abusivo ai sistemi informatici interessano anche direttamente l’azienda attraverso la responsabilità amministrativa disciplinata dal decreto legislativo 231 del 2001. Abbiamo ormai assimilato la regolamentazione secondo cui se un dipendente o un vertice forza le difese informatiche o ruba dati aziendali e informazioni sui concorrenti nell’interesse o a vantaggio della società, l’impresa rischia sanzioni pecuniarie e misure interdittive severe, come il blocco delle attività o il divieto di stipulare contratti con la Pubblica Amministrazione. Benché non obbligatoria l’adozione e l’efficace attuazione di un Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo può contribuire in modo determinante ad esonerare l’azienda da tale responsabilità. Esiste poi l’obbligo generale previsto dal Codice Civile, che impone agli amministratori di predisporre assetti organizzativi adeguati alla dimensione aziendale. Principio che trova adesso rafforzamento attraverso fondamentali normative europee. Se la direttiva NIS2 qualifica la sicurezza informatica come un preciso dovere legale per le aziende strategiche; il regolamento DORA serve a garantire la tenuta digitale del settore bancario e finanziario, così come il regolamento MiCAR ha introdotto una serie di regole stringenti di trasparenza e tracciabilità per chi offre servizi legati alle criptovalute. L’aspetto fondamentale di tali disposizioni è rappresentato dalla prevista responsabilità diretta dell’organo di gestione. In questo ottica, infatti, i componenti del Consiglio di Amministrazione sono tenuti a seguire una formazione continua, devono approvare personalmente le misure di sicurezza e rispondono con il proprio patrimonio personale dei danni causati a società e terzi in caso di attacchi informatici dovuti a carenze organizzative. Se si va sul pratico è agevole osservare come tanto le minacce interne, che l’uso illecito delle monete virtuali, impongono la predisposizione di regole organizzative e soluzioni tecnologiche. Non si può più immaginare una rete che sia sicura a prescindere da determinati accorgimenti. Occorre un controllo continuo, e la concessione al singolo lavoratore esclusivamente delle credenziali che servono per svolgere la propria attività. Allo stesso tempo i registri degli accessi ai database devono essere resi inalterabili con strumenti automatici che consentano di accorgersi di eventuali ricerche anomale, scarichi massivi di file o accessi in orari insoliti. In questi casi il sistema deve essere concepito in modo tale da bloccare subito la sessione, registrare l’evento e avvisare sia i responsabili della sicurezza che l’Organismo di Vigilanza. Spostandoci sul fronte finanziario, tutti gli operatori del settore delle criptovalute è il caso che utilizzino software idonei ad analizzare i registri distribuiti così da poter da un lato tracciare le transazioni, dall’altro verificare che i portafogli digitali non siano legati ad attività illecite. Sono aperte le iscrizioni al corso in Live Class “AGENTIC AI CYBER OPERATIONS (AACO)”. La cybersecurity sta entrando nell'era degli AI Agent: sistemi capaci di ragionare, utilizzare strumenti, orchestrare attività e portare avanti operazioni complesse. Ma come funzionano davvero dal punto di vista tecnico? Con AACO, Red Hot Cyber porta i professionisti della cybersecurity a toccare con mano gli strumenti agentici, attraverso una Live Class in italiano con 15 ore di formazione, laboratori pratici e scenari reali. Agentic AI, Tool Calling, MCP, orchestrazione di agenti, OSINT, Threat Intelligence, vulnerability assessment e automazione delle operazioni di cybersecurity. Non un corso per imparare a usare un chatbot, ma un percorso per capire, costruire e governare sistemi agentici applicati alla sicurezza informatica. Partenza: Sabato 7 novembre Programma completo e iscrizioni: https://www.redhotcyber.com/linksSk2L/academy-agentic-ai Per info: 379 163 8765 [email protected]
redhotcyber.comOct 27, 2026extracted
Ucraina, hacker filorussi colpiscono un’azienda cerealicola usando la rete decentralizzata Yggdrasil
Si tratterebbe del primo utilizzo documentato di Yggdrasil da parte di un gruppo di hacker criminale legato ad un Governo. La rete, gestita da volontari e priva di un’autorità centrale, rende più complesso individuare le comunicazioni sospette. Il gruppo di hacker criminali filorussi UAC-0099 ha violato i sistemi di un’azienda ucraina attiva nella logistica dei cereali impiegando presumibilmente la rete decentralizzata Yggdrasil per occultare le comunicazioni malevole. In attesa degli esiti delle indagini, resta sconosciuto il nome dell’azienda, il cui nome non è stato divulgato. L’attacco, avvenuto nel luglio 2025 e ricostruito dalla società di cybersicurezza ESET , è culminato nella cancellazione dei dati dai computer compromessi. Secondo gli esperti, si tratterebbe del primo utilizzo documentato di Yggdrasil da parte di un gruppo di hacker criminale legato ad un Governo. La rete, gestita da volontari e priva di un’autorità centrale, rende più complesso individuare le comunicazioni sospette. L’intrusione è iniziata con un’email di phishing , nell’ambito di una campagna contro aziende di logistica, società cerealicole e terminal portuali ucraini. Dall’accesso iniziale alla distruzione dei dati Dopo l’invio dell’email fraudolenta, secondo la Reuters , gli aggressori avrebbero installato un software per controllare da remoto i computer, consultare file, acquisire schermate e sottrarre documenti. Dopo aver ottenuto privilegi amministrativi, hanno utilizzato SDelete , “ un’utility legittima di Microsoft progettata per cancellare definitivamente i file, per distruggere i dati presenti sui sistemi colpiti “. ESET non ha potuto accertare se l’attacco abbia interrotto le attività logistiche dell’azienda, ma la novità nello sfruttamento dell’infrastruttura per colpire – e le modalità – hanno destato grandi preoccupazioni . Il possibile coinvolgimento di Sandworm Sempre secondo la Reuters, UAC-0099 avrebbe ottenuto l’accesso iniziale alla rete e successivamente lo avrebbe trasferito a Sandworm . Quest’ultimo è un gruppo associato all’ intelligence militare russa . In passato sarebbe stato ricollegato ad attacchi contro infrastrutture elettriche in Ucraina e Polonia. L’episodio, sottolineano gli esperti, ha evidenziato due rischi . Da una parte, l’impiego di reti decentralizzate per nascondere le comunicazioni degli aggressori, dall’altra “ l’abuso di strumenti legittimi per finalità distruttive “. Per le organizzazioni che operano in settori strategici , diventa quindi importante monitorare anche il traffico di rete non convenzionale. Devono inoltre predisporre backup protetti e procedure di ripristino efficaci. Nel contesto del conflitto russo-ucraino – cinetico e cibernetico – gli attacchi cyber contro le infrastrutture di Kiev possono portare al furto di informazioni, come pure ad accessi persistenti e alla distruzione dei dati. Il tutto, senza che sia necessariamente possibile stabilire con certezza il ruolo svolto da ciascun gruppo hacker criminale operante in quel contesto. Seguici anche sul nostro canale WhatsApp Vai al sito di Cybersecurity Italia. L'articolo Ucraina, hacker filorussi colpiscono un’azienda cerealicola usando la rete decentralizzata Yggdrasil sembra essere il primo su CyberSecurity Italia .
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