I Data Center costruiti nelle miniere. Trentino, Sardegna e Norvegia: il valore strategico del sottosuolo
Per oltre un secolo le miniere hanno rappresentato uno dei luoghi simbolo della potenza industriale, perché custodivano le materie prime indispensabili per alimentare fabbriche, ferrovie e infrastrutture energetiche. Oggi, mentre l’economia digitale trasforma la capacità di elaborazione dei dati in una risorsa strategica, quegli stessi spazi potrebbero tornare a produrre valore, non più attraverso l’estrazione di carbone o minerali, ma ospitando server, infrastrutture cloud e sistemi di calcolo destinati all’intelligenza artificiale. Il passaggio dall’economia estrattiva all’economia dei dati potrebbe diventare una delle forme più interessanti di riconversione industriale, soprattutto per un Paese come l’Italia, che possiede un patrimonio minerario importante e numerosi territori alla ricerca di nuove prospettive produttive. L’idea nasce da caratteristiche fisiche apparentemente semplici. Il sottosuolo presenta generalmente temperature più stabili rispetto alla superficie, offre una protezione naturale dagli agenti atmosferici e consente di collocare infrastrutture tecnologiche in ambienti meno esposti a intrusioni e danneggiamenti. Ma la trasformazione di una miniera in un data center non è soltanto una questione di temperatura. Un centro di elaborazione dati richiede alimentazione elettrica continua, collegamenti in fibra ottica ad alta capacità, sistemi antincendio, controllo dell’umidità, accessibilità e condizioni geologiche compatibili con un’attività che deve funzionare senza interruzioni. La differenza tra un’idea suggestiva e un investimento industriale credibile si misura proprio sulla capacità di soddisfare contemporaneamente tutti questi requisiti. E in Italia esistono già due casi che permettono di valutare concretamente questa prospettiva. La Sardegna prepara la riconversione più ambiziosa Il primo esempio arriva dalla Val di Non, dove nel giugno 2026 è stato inaugurato Intacture , il data center sviluppato da Trentino DataMine all’interno di una miniera di dolomia ancora attiva, nel comune di Predaia. L’infrastruttura si trova a circa cento metri di profondità e rappresenta, secondo la Provincia autonoma di Trento, il primo data center europeo realizzato in un sito estrattivo tuttora operativo. Il progetto ha richiesto un investimento superiore a 50 milioni di euro, con 18,4 milioni provenienti dal PNRR, e nasce da un partenariato pubblico-privato che coinvolge l’Università di Trento e imprese del territorio. L’infrastruttura ospita anche capacità di supercalcolo per l’intelligenza artificiale. Non si tratta quindi di un semplice esperimento dimostrativo, ma di un investimento completato e operativo. Il dato tecnico più significativo riguarda il raffreddamento Il dato tecnico più significativo riguarda il raffreddamento. La temperatura del sottosuolo, intorno ai 12 gradi secondo le informazioni diffuse durante lo sviluppo del progetto, contribuisce a contenere il fabbisogno energetico degli impianti. In fase progettuale era stato indicato un valore di Power Usage Effectiveness , o PUE, pari a circa 1,25, un indice che esprime il rapporto tra l’energia complessivamente utilizzata dalla struttura e quella effettivamente consumata dagli apparati informatici. Più il valore si avvicina a 1, maggiore è l’efficienza. Si tratta tuttavia di una stima progettuale, da distinguere dai risultati operativi misurati nel tempo. Il secondo caso, potenzialmente ancora più importante per dimensioni e ricadute industriali, riguarda la Sardegna. Nell’ex complesso carbonifero di Nuraxi Figus, nel Sulcis, la società Energy Vault sta sviluppando Digital Vault Sulcis , un progetto per trasformare l’area mineraria in un campus dedicato all’intelligenza artificiale, integrato con produzione rinnovabile e sistemi di accumulo energetico. Il 4 agosto 2026 il Consiglio dei ministri ha dichiarato il programma di preminente interesse strategico nazionale. L’investimento prospettato dalla stampa locale e dalla Rai è vicino a 1,5 miliardi di euro. Il piano industriale prevede una prima capacità informatica di circa 30 megawatt, espandibile progressivamente verso 50-60 megawatt IT, con una potenza complessiva del sito fino a circa 100 megawatt. Gli obiettivi commerciali La società indica attualmente il 2030 come obiettivo per l’avvio commerciale, subordinatamente alle autorizzazioni e alle successive fasi di sviluppo. Questo significa che il progetto è concreto sul piano industriale e istituzionale, ma non costituisce ancora un data center completato. C’è inoltre una distinzione fondamentale: nel caso sardo si parla della riconversione di un complesso minerario e dell’utilizzo delle sue infrastrutture, compresa la possibilità di sfruttare il sottosuolo per sistemi di accumulo gravitazionale dell’energia. L’aspetto più interessante di Digital Vault Sulci s potrebbe essere proprio l’integrazione tra energia e calcolo. Un grande data center per l’intelligenza artificiale ha bisogno di quantità enormi di elettricità e di una continuità di alimentazione particolarmente elevata. L’impiego di fonti rinnovabili, batterie e accumuli gravitazionali potrebbe ridurre alcuni costi e rischi operativi, anche se l’obiettivo di un funzionamento interamente decarbonizzato dovrà essere verificato attraverso dati effettivi su consumi, produzione e approvvigionamento energetico. La lezione europea? L’esperienza più significativa in Europa si trova in Norvegia, presso il Lefdal Mine Datacenter , realizzato in una miniera di olivina dismessa nel 2009 e trasformata in centro dati a partire dal 2017. Il complesso dispone di un sistema di gallerie su più livelli, con una superficie potenzialmente utilizzabile di circa 120.000 metri quadrati, e punta a una capacità espandibile fino a 200 megawatt. Lefdal dimostra quanto possa essere efficace la combinazione tra una grande struttura sotterranea, energia rinnovabile abbondante e sistemi di raffreddamento efficienti. L’impianto utilizza l’acqua fredda del vicino fiordo attraverso scambiatori di calore e circuiti separati, riducendo la necessità di sistemi tradizionali ad alto consumo energetico. Secondo l’operatore, la struttura offre un PUE garantito di circa 1,15. Ma il risultato norvegese non deriva semplicemente dal fatto che i server siano collocati sottoterra. Dipende dalla disponibilità di energia idroelettrica ed eolica, dalla vicinanza a una risorsa naturale utilizzabile per il raffreddamento e dalla possibilità di espandere gradualmente l’infrastruttura. Un altro esempio arriva da Green Mountain SVG-Rennesøy , vicino a Stavanger, sempre in Norvegia. Qui un ex deposito di munizioni della NATO è stato riconvertito in un data center sotterraneo con una capacità IT dichiarata di 25 megawatt e un PUE medio di 1,18. La struttura sfrutta il raffreddamento mediante acqua del fiordo, tre alimentazioni elettriche indipendenti e numerosi collegamenti in fibra ottica. Il caso è importante anche dal punto di vista economico. Una ricostruzione pubblicata dal Governo norvegese attribuisce all’infrastruttura, dalla sua realizzazione, effetti significativi sulla creazione di valore e sull’occupazione, pur distinguendo gli impieghi temporanei legati alla costruzione da quelli permanenti. Altri data center sotterranei europei Esistono poi altri data center sotterranei europei, come Pionen a Stoccolma, realizzato in un ex rifugio della Guerra fredda. In Italia questa possibilità si inserisce in un mercato in rapida espansione . Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, nel triennio 2023-2025 sono stati investiti 7,1 miliardi di euro nel settore e, per il periodo successivo, sono state annunciate decine di nuove infrastrutture per un valore potenziale superiore a 25 miliardi. Gli stessi ricercatori avverto, però. che una parte rilevante degli investimenti annunciati potrebbe subire ritardi o non concretizzarsi. Resta che sviluppare infrastrutture anche nel Mezzogiorno potrebbe migliorare la distribuzione territoriale della capacità digitale e, se accompagnato da adeguati collegamenti, rafforzare la resilienza nazionale. In questo senso, primo vantaggio riguarda l’efficienza energetica. Una temperatura ambientale relativamente stabile, infatti, può diminuire il lavoro richiesto ai sistemi di climatizzazione, soprattutto rispetto a strutture superficiali collocate in zone caratterizzate da estati molto calde. Non significa però che il raffreddamento diventi gratuito, anzi. I processori moderni, soprattutto quelli utilizzati per l’intelligenza artificiale, producono quantità elevate di calore e richiedono circuiti di raffreddamento, pompe e sistemi di controllo comunque energivori. Il secondo vantaggio è la sicurezza fisica. Un’infrastruttura protetta da decine di metri di roccia può risultare meno esposta ad alcuni eventi atmosferici, intrusioni e minacce esterne. In una fase storica segnata da sabotaggi, conflitti ibridi e crescente attenzione alle infrastrutture critiche, questa caratteristica può acquisire un valore strategico. Il terzo vantaggio riguarda la riconversione territoriale. Utilizzare un sito industriale esistente può limitare il consumo di nuovo suolo, valorizzare infrastrutture già disponibili e favorire l’insediamento di attività ad alto contenuto tecnologico in territori segnati dal declino minerario. Il caso del Sulcis è particolarmente significativo perché potrebbe trasformare un problema industriale di lungo periodo in un’occasione di investimento. Gli aspetti negativi, altrettanto, concreti Una miniera abbandonata può presentare infiltrazioni d’acqua, umidità, instabilità delle pareti, contaminazioni pregresse e costi elevati di consolidamento. In alcuni casi l’adattamento potrebbe risultare più oneroso della costruzione di un data center tradizionale. Gli spazi sotterranei possono inoltre complicare le operazioni di evacuazione, la manutenzione di grandi apparati e la gestione di incendi o guasti. Il problema energetico rimane, poi, centrale. Un grande data center richiede potenze che possono mettere sotto pressione le reti locali. La presenza di gallerie fresche non compensa l’assenza di una connessione elettrica adeguata o di un sistema di alimentazione ridondante. Allo stesso modo, una struttura perfettamente raffreddata ma distante dai principali nodi di telecomunicazione potrebbe richiedere investimenti molto elevati in fibra ottica e collegamenti di backup. Occorre infine evitare una promessa occupazionale eccessiva. La costruzione di un grande campus tecnologico può generare numerosi lavori temporanei e una filiera di servizi, ma un data center moderno, una volta operativo, non impiega necessariamente centinaia di persone in modo permanente. La qualità dell’investimento andrebbe quindi misurata anche sulla capacità di sviluppare competenze, ricerca, formazione e imprese collegate. La sovranità digitale non coincide automaticamente con la collocazione geografica dei server Sul piano strategico esiste poi una questione ancora più delicata. Come ormai assodato, la sovranità digitale non coincide automaticamente con la collocazione geografica dei server. Un data center situato in una miniera italiana può ospitare infrastrutture controllate da operatori stranieri, utilizzare tecnologie extraeuropee e dipendere da fornitori internazionali per hardware, software e servizi cloud . La localizzazione nazionale è un elemento importante della resilienza, ma da sola non garantisce il controllo dei dati o delle capacità di calcolo. Per questo motivo l’opportunità italiana dovrebbe essere affrontata con un criterio industriale, non soltanto immobiliare. Non basta individuare una vecchia miniera e immaginare di riempirla di server: occorre verificare quali siti dispongano di caratteristiche geologiche favorevoli, accesso a energia competitiva, connettività ridondata, sostenibilità economica e possibilità di espansione. Il modello trentino dimostra che la tecnologia può funzionare già oggi. Il progetto sardo suggerisce che la riconversione può assumere dimensioni molto più grandi, intrecciando intelligenza artificiale, politica energetica e sviluppo territoriale. La Norvegia, infine, mostra che questi investimenti possono diventare infrastrutture industriali durature quando sono sostenuti da condizioni tecniche ed economiche solide. La prospettiva più interessante non è dunque trasformare indiscriminatamente tutte le miniere italiane in data center, ma costruire una mappatura nazionale dei siti realmente idonei e integrarli in una strategia per la capacità di calcolo, la resilienza energetica e la sicurezza delle infrastrutture critiche. Nel secolo scorso la ricchezza veniva estratta dalle profondità della terra. Nel prossimo futuro, una parte della ricchezza potrebbe essere prodotta proprio lì, attraverso la capacità di custodire, elaborare e proteggere i dati. La differenza è che, questa volta, la risorsa più importante non si trova nella roccia ma nell’infrastruttura tecnologica che saremo capaci di costruirvi. Seguici anche sul nostro canale WhatsApp Vai al sito di Cybersecurity Italia. L'articolo I Data Center costruiti nelle miniere. Trentino, Sardegna e Norvegia: il valore strategico del sottosuolo sembra essere il primo su CyberSecurity Italia .
cybersecitalia.itOct 28, 2026source